5 anni fa
Temporary Export Manager: il progetto e l’approccio olistico
Il bilanciamento interno (check-up aziendale con valutazione della propensione alla internazionalizzazione) è necessario per definire la situazione di partenza as is. I passaggi successivi consistono nella pianificazione del progetto e nella realizzazione dell'intervento (selezione dei mercati, attività e budget). La fase di planning sarà adattata al know-how dell'azienda e definirà di conseguenza obiettivi sfidanti ma realistici (to be). Temporary Export Manager: la fase di execution L'approccio è olistico ed impatta su tutta la catena del valore e sulle funzioni aziendali: la strategia e la comunicazione devono essere distintive per posizionamento e adattate ai mercati (approccio glocal)la Supply Chain ha il compito di offrire in tempi rapidi prodotti/servizi ad hoc per le esigenze dei clienti e la specificità dei mercatiil marketing pianifica azioni mirate per creare visibilità in funzione dei target (BtoB e BtoC) (sito, approccio social, posizionamento) e per conoscere i mercati (ricerche di mercato, acid tests)l'organizzazione e l'amministrazione di vendita gestiscono la logistica e i pagamenti, selezionano, gestiscono e motivano canale e/o trade con cui realizza e monitorano i piani di mercatoil controllo di gestione supervisiona la capacità finanziaria ed economica e indirizza la politica di pricingla funzione personale presiede il diversity management, stimola la formazione, incentiva le risorse e ne pianifica il fabbisognola funzione legale presiede alla definizione e monitoraggio dei contratti internazionali Il Temporary Export Manager è una figura professionale autonoma slegata da logiche organizzative e indipendente rispetto alle direttive cui è normalmente assoggettato il dipendente. L'imprenditore che si affida al Temporary Export Manager ottiene vantaggi concreti di cui beneficia l'intera organizzazione: maggior orientamento ai risultati e velocità di realizzazione per le svariate esperienze aziendali maturate (in PMI e grandi aziende) con  l'utilizzo di strumenti e metodi già collaudativisione d'insieme ad ampio raggio e trasversalità di competenze (capacità di immedesimarsi in contesti diversi) conferiscono agilità e flessibilità nel problem solvinggestione equilibrata e ferma del cambiamento con una presenza costante in azienda Grazie al lavoro di un Temporary Export Manager orientato naturalmente al mercato e ai clienti, capace di ascoltare e modificare il marketing mix, libero da vincoli organizzativi, l'imprenditore tocca con mano il beneficio di un intervento che nel tempo si paga da solo, trasformando un costo fisso in variabile legato ai risultati.
5 anni fa
Italia-Turchia: a rischio il rapporto commerciale privilegiato?
La stabilità politica interna della Turchia – primo territorio per rilevanza nell'area del vicino Oriente – è stato a lungo il fattore determinante che ha reso convenienti gli investimenti delle aziende estere; ma oggi le dinamiche interne al paese, insieme alla minaccia del terrorismo, potrebbero determinare un cambio di situazione e avere effetti significativi sulle attività delle aziende straniere nel medio periodo. Una situazione incerta Non il tentativo di golpe di per sé, ma la reazione del governo turco e l’opera di epurazione generalizzata degli oppositori (o supposti tali) potrebbero danneggiare in maniera grave l’economia della Turchia a causa dell’allontanamento di molti manager e della possibile riduzione degli investimenti aziendali in attesa di capire quali saranno gli sviluppi politici nel breve periodo; una possibilità che è conseguenza dell’incerta stabilità del paese dovuta, oltre al tentato golpe e alle sue ancor più deleterie ripercussioni “autoritaristiche”, ma anche del rischio “terrorismo” e del sostanziale stato di guerra civile che infiamma il sud del paese intorno all’annosa questione curda. Indefinita la situazione al momento, e le stime non possono che essere puramente teoriche. Ciò che più conta è la stabilità e la continuità dei rapporti commerciali. L’Italia, insieme a Germania e Francia, è uno dei principali partner commerciali della Turchia – il quinto, mentre la Turchia è il decimo per l’Italia – e il totale degli investimenti si aggira intorno ai 10 miliardi per l’export (settori meccanico industriale in primis, e poi estrattivo, automobilistico con la FCA e chimico) e di 6,6 miliardi per l’import (settori automobilistico, manifatturiero, metallurgico), grazie alle circa 1.300 imprese che lì hanno deciso di investire; a tutto ciò va sommato il settore del turismo. Importante è il ruolo delle aziende italiane impegnate nella realizzazione di grandi progetti infrastrutturali come autostrade, ponti (la Astaldi è impegnata in un progetto da € 2,5 miliardi), tunnel (la Italferr per il progetto “Eurasia Tunnel”, la galleria stradale sottomarina da € 5,3 milioni); ma anche nel settore bancario (Unicredit, con un controllo del 40,9% sulla turca Yapi Kredit Bank). Sul piano finanziario, la decisione dell’agenzia Standard & Poor's di tagliare il rating sul credito in valuta estera della Turchia abbassando le prospettive da “stabili” a “negative” è stata definita dal presidente turco Erdogan come una scelta politica di parte e ingiustificata; ma è comunque una scelta che potrà avere ripercussioni significative nell’afflusso di capitali. Chi è disposto ad avventurarsi in investimenti di capitale in un paese classificato come instabile e a rischio? Ad oggi non è facile quantificare l’eventuale effetto sul prodotto interno lordo italiano di questa situazione, ma le conseguenze dirette sulle aziende italiane che lì operano sono stati minimi: nessuna interruzione della produzione a fronte di un innalzamento delle misure di sicurezza. Per contro, paga il prezzo maggiore il settore del turismo, messo a dura prova in particolare dopo l’attacco terroristico del 28 giugno all’aeroporto di Istanbul, con una flessione del 45% dall’inizio dell’anno; una situazione che, paradossalmente, potrebbe essere vantaggiosa per il settore turistico italiano su cui verrà deviato il flusso turistico da Germania, Usa e Francia di Turchia, Egitto e Tunisia. Quali, nel complesso, le società italiane quotate più esposte? La britannica Jci Capital Ltd valuta che il premio al rischio per gli asset turchi non possa che salire, insieme ad una riduzione del valore sottostante, in un paese dove gli elevati rendimenti sono lo specchio degli scomodi problemi di governance e democrazia. Il settore bancario sarebbe quello maggiormente esposto ai rischi dell’instabilità, seguito da quello del cemento (Astaldi e Cementir – con € 530 milioni di investimento – le aziende soggette a maggior rischio). E ancora, come abbiamo visto, il settore del turismo. Questi i principali titoli italiani in Turchia: Astaldi (infrastrutture): stabile (la quotazione precedente al tentato golpe, a € 4,04 è di poco superiore a quella attuale – 3,99 euro);Azimut (risparmio): titolo cresciuto (da € 14,76 a € 15,17);Cementir (edilizia): titolo in diminuzione;Cnh Industrial (automobilistico commerciale);Unicredit (bancario): esposto a maggiori rischi;Ricordati (farmaceutica): stabile, situazione immutata (titolo in crescita). Analisi, valutazioni, previsioni Nel complesso, nel merito delle esportazioni, è prevedibile un evoluzione positiva dell’attuale situazione, con un margine di incremento potenziale del 20/30% nel medio periodo. Relativamente alle opportunità di sviluppo commerciale sul medio periodo, i settori di maggiore apprezzamento sono il manifatturiero (tessile e abbigliamento), infrastrutturale e meccanico-strumentale. Le valutazioni non dovrebbero subire significative ripercussioni in quanto la Turchia ha contenuto un significativo rischio politico, ma paga il pegno di un altrettanto significativo rischio di credito. Una situazione che comunque, più in generale, dovrebbe indurre a mantenere gli investimenti in Turchia, pur con grande attenzione alla ri-definizione delle strategie aziendali al fine di anticipare e contenere i rischi derivanti dagli sviluppi economico-commerciali, finanziari e politico-sociali. Brief Global Market Analysis di Claudio Bertolotti ha l’ambizione di rispondere alle necessità degli imprenditori che guardano al mercato globale alla ricerca di importanti opportunità.
5 anni fa
Brexit e internazionalizzazione: scenari futuri
Certamente l' “evento Brexit ”, inatteso dalla comunità internazionale, di natura frammentata e complessa all'interno della geografia del Regno Unito, avrà un effetto rilevante sull'economia mondiale e,  in particolare, sui paesi culturalmente vicini al Regno Unito come l'Italia. Sugli scenari futuri post impatto si interrogano tutti: sono state fatte le più svariate previsioni e interpretazioni. Concretamente sono stati analizzati gli attuali modelli vigenti in altri contesti per normare e regolare gli accordi economici tra Regno Unito e Unione Europea o singoli stati membri post Brexit. Brexit e internazionalizzazione: scenari futuri Il modello norvegese prevede il pagamento di un fee pro capite per accedere al mercato dell'Unione Europea previa osservazione delle regole comunitarie in materia. La Svizzera contempla un mix di accordi bilaterali per aree di business (settore bancario escluso) con un fee ridotto in cambio della parziale messa in atto delle regole comunitarie. La Turchia, che non fa parte dell'Associazione europea di libero scambio, ha un accordo doganale per l'esenzione di tariffe import-export UE (settore agricolo escluso). L'opzione canadese (CETA) di futura applicazione consentirà accesso privilegiato al mercato comunitario con l'esclusione di alcuni settori (i cosiddetti “alimentari sensibili”): i canadesi dovranno dimostrare il “made in Canada” (costi addizionali) per evitare l'effetto importazioni parallele. L'approccio di Singapore e Hong Kong si basa su un accordo unilaterale senza tariffe all'import-export in UE. Gli svariati modelli descritti con implicazioni ed impatti diversi su importazioni ed esportazioni dovranno essere studiati e adattati in relazione al complesso rapporto di commercio tra Regno Unito e singoli paesi UE. È doveroso rimarcare quali sono i fattori comuni alla dinamica di business in gioco: un contesto di mercato competitivo affollato da player agguerriti, il rapido mutamento dei trend e dei modelli di business, il ridotto ciclo di vita di un vantaggio competitivo “stabile”. Brexit aggiunge incertezza al contesto economico, ma lo scenario inesplorato che ne deriverà  potrebbe, se gestito adeguatamente, originare potenziali opportunità. Infatti, per ciò che riguarda l' internazionalizzazione, il mercato anglosassone ha una valenza strategica di tutto rispetto per l'Italia sul versante degli investimenti diretti e dei rapporti commerciali con una presenza radicata, qualificata e riconosciuta. Il Regno Unito è il quarto mercato di esportazione per l'Italia con prospettive di crescita medie del 5% nel triennio 2017-2019 a fronte di una previsione di crescita del 1,8% del PIL britannico. Sicuramente uno scenario allettante per concretizzare il quale, con l'avvento Brexit, è ragionevole pensare che si attiveranno opportuni adattamenti ed accordi win-win. L'imprenditore dovrà sapersi attrezzare adeguatamente nel medio termine per raccogliere questa sfida. Sarà quindi vincente, per le aziende italiane che vorranno svilupparsi in futuro nei mercati anglosassoni, avvalersi delle competenze di partner esperti di internazionalizzazione per un adeguato accompagnamento all'ingresso o allo sviluppo e gestione del business. Sarà strategico monitorare il mercato, i trend e gli eventi indotti dalla Brexit ed interpretarli in un modello di business che accolga, integri e recepisca le istanze legali, contrattuali, gli impatti fiscali e di governante, e armonizzi allo stesso tempo l'impatto culturale.
5 anni fa
Focus Tunisia: opportunità di investimento
BRIEF GLOBAL MARKET ANALYSIS 4/2016 Focus Tunisia: opportunità di investimento Investire in Tunisia è vantaggioso, nonostante l’instabilità interna e la minaccia del terrorismo. La Tunisia è un paese a rischio di destabilizzazione a causa della crisi libica e delle potenziali ripercussioni sociali ed economiche che potrebbero derivarne sul fronte interno, in particolare le aree periferiche e a sud del paese. Per contro è, al tempo stesso, un paese delle significative potenzialità e opportunità per quanto riguarda gli investimenti imprenditoriali esteri. Export In particolare, la Tunisia è oggi un grande produttore ed esportatore di prodotti alimentari: il primo esportatore al mondo di datteri (non tutti di produzione locale), il primo di olio di oliva, il secondo di prodotti biologici in Africa (265mila tonnellate), il decimo di pomodoro. Nel complesso parliamo di oltre 3 milioni di tonnellate di prodotti agricoli a cui vanno ad aggiungersi le 125mila tonnellate di pesce. Quello agro-alimentare è un settore che comprende 1.064 imprese (il 18,5% del totale) e impegna oltre 71 mila lavoratori e 100 paesi importatori principali (Italia, Francia, Spagna e Libia) e secondari (Usa, Canada, Russia, Giappone, paesi del Medio-Oriente e dell’Africa sub-sahariana). Risorse umane specializzate Inoltre, è il paese con la più alta percentuale di laureati tra i paesi del nord-Africa; in particolare nei settori agricolo, forestale, ittico e veterinario. Competitività del costo del lavoro Il settore agro-alimentare impiega il 25 percento degli ingegneri nazionali; e i salari medi sono relativamente bassi in apporto a quelli degli altri paesi del nord-Africa. Sinergia tra ricerca e impresa L’industria alimentare è nota per le sue capacità di ricerca e innovazione e vi è una crescente sinergia tra i centri di ricerca e le imprese operanti in Tunisia che ha portato alla creazione di 64 laboratori e 270 unità specializzate in scienze della vita e biotecnologia. Si citano, ad esempio, le applicazioni bio-tecnologiche sviluppate dai gruppi “Danone” e “Poulina”. Rispetto degli standard La Tunisia ha inoltre adottato, sin dal 2001, gli standard internazionali a livello di sistemi gestione della sicurezza alimentare sviluppati da ISO, il riferimento di certificazione internazionale ISO 22000. Una crescente diffusione degli standard che è finalizzata a garantire i requisiti di gestione per la sicurezza alimentare necessari all’esportazione, in particolare, nei paesi comunitari. Un quadro certamente positivo che però è soggetto a turbative di carattere sociale, legate in particolare alla crisi del settore turistico in conseguenza degli attacchi terroristici e delle difficoltà del governo di garantire la sicurezza delle aree periferiche e di confine. E della necessità di sostenere la Tunisia in questo particolare momento se ne è resa conto l’Unione Europea, con l’Italia in prima linea. Questo perché, in caso di crisi sociale aperta, le conseguenze si riverserebbero non solo sui paesi del Nord-Africa, ma anche sul vecchio continente. E a farne le spese maggiori sarebbe l’Italia, le cui coste sono a pochi chilometri da quelle tunisine. 500 milioni di euro per la Tunisia In tale dinamica di aiuti a favore della Tunisia rientra la decisione del Comitato dei rappresentanti permanenti dell’Unione Europea (Coreper) di concedere un prestito di 500 milioni di Euro in assistenza macrofinanziaria, al fine di garantire la stabilizzazione economica del paese attraverso un programma di riforme sostanziali. Un sostegno, quello europeo, condiviso con il Fondo monetario internazionale. Italia: partner privilegiato L'Italia è il secondo partner economico della Tunisia. Una presenza attiva rappresentata da grandi gruppi quali Ansaldo, Piaggio ed Eni, attivi nei settori energetico, infrastrutturale, manifatturiero e di import-export. Una partnership che contribuisce al totale delle 1.700 PMI italiane, a partecipazione diretta o mista, e che coinvolge direttamente Confindustria, Ice e Abi. Un impegno in essere, forte di oltre 120 mila transazioni commerciali l’anno. Un rapporto dinamico che contribuisce a dinamizzare un mercato di oltre 6.000 aziende italiane impegnate in rapporti commerciali con la sponda sud del Mediterraneo. In particolare, sul piano economico e in linea con il piano di aiuti alla Tunisia, l’Italia si concentrerà sui settori agricolo, infrastrutturale, energetico e su quello della sicurezza (attraverso interventi diretti e indiretti), attraverso rapporti bilaterali in cui si inseriscono 50 milioni di euro per credito agevolato sull'acquisto di beni e servizi italiani per il settore pubblico tunisino, 95 milioni in credito di aiuto, 73 milioni in finanziamenti agevolati alle PMI tunisine per l'acquisto di attrezzature, impianti e servizi tramite fornitori italiani e misti italiani-tunisini. E, infine, va citato il programma ‘Italia-Tunisia’, che si inserisce all’interno della componente di cooperazione transfrontaliera (CBC) dello Strumento Europeo di Vicinato e Partenariato (ENPI), e che coinvolge cinque province italiane (Regione Sicilia) e sei dipartimenti costieri della Tunisia, al fine di incoraggiare l’integrazione economica, sociale, istituzionale e culturale così da dare il via a un polo di cooperazione transfrontaliera. Brief Global Market Analysis di Claudio Bertolotti ha l’ambizione di rispondere alle necessità degli imprenditori che guardano al mercato globale alla ricerca di importanti opportunità.
5 anni fa
Assicurazione e Incoterms CIF: vantaggio o svantaggio?
Il presente post è l’ultimo della serie dedicata alle regole Incoterms® 2010. Già pubblicati il post introduttivo e quelli dedicati alle regole Incoterms ® EXW, FCA, CPT, CIP, DAT, DAP, DDP, FAS, FOB, CFR. LA REGOLA INCOTERMS ® CIF La regola Incoterms ® CIF (Cost Insurance and Freight / Costo Assicurazione e Nolo) è molto simile alla già vista regola CFR cui si aggiunge, in capo al venditore, l’obbligo di stipulare un contratto di assicurazione. Pertanto, secondo le regola CIF, il venditore deve: consegnare il bene mettendolo a bordo della nave designata dal compratore o procurando il bene già così consegnato;sdoganare il bene all’esportazione;gestire il trasporto del bene;sottoscrivere una assicurazione a tutela del bene. Il rischio per perdita e danni del bene passa al compratore quando il bene è a bordo della nave nel porto d’imbarco. Questa regola può essere applicata solo ai trasporti marittimi e su vie d’acqua interne. OBBLIGAZIONI DEL VENDITORE Le principali obbligazioni in capo al venditore secondo la regola Incoterms ® CIF sono le seguenti: sostenere perdita, danni e spese inerenti il bene fino alla consegna;consegnare il bene entro la/alla data prevista;consegnare il bene mettendolo a bordo della nave designata dal compratore nel punto di caricazione indicato dal compratore nel porto di imbarco;stipulare il contratto di trasporto fino al punto preciso del porto di destinazione;sostenere le spese di trasporto fino al punto preciso del porto di destinazione, inclusi i costi di caricazione e scaricazione (se previsto nel contratto);fornire il documento di trasporto;stipulare un contratto di assicurazione sul bene per perdita o danni durante il trasporto;sostenere le spese di assicurazione;sostenere le spese per le operazioni di controllo necessarie per la consegna del bene disposte dal Paese di esportazione;fornire la fattura commerciale;ottenere, a proprie spese, la licenza e ogni autorizzazione ufficiale per l’esportazione e per il trasporto attraverso ogni altro paese fino alla consegna;compiere, a proprie spese, ogni formalità doganale per l’esportazione;sostenere le spese di ispezione disposte dal Paese di esportazione;curare l’imballaggio del bene. OBBLIGAZIONI DEL COMPRATORE Le principali obbligazioni in capo al compratore secondo la regola Incoterms ® CIF sono le seguenti: prendere in consegna il bene nel porto di imbarco pattuito; sostenere rischi di perdita e danni del bene a partire dalla consegna;sostenere i costi inerenti il trasporto e la scaricazione del bene che non siano a carico del venditore in base al contratto di trasporto;sostenere i costi di un’eventuale assicurazione integrativa;pagare il prezzo del bene;fornire le informazioni necessarie per le formalità di esportazione;ottenere, a proprie spese, i documenti per l’importazione e per il trasporto in ogni altro Paese dopo la consegna;espletare, a proprie spese, le formalità doganali di importazione;sostenere i costi per le ispezioni obbligatorie sul bene con l’eccezione di quelle disposte dal Paese di esportazione. ASPETTI CRITICI La regola Incoterms ® CIF presenta svariate criticità, soprattutto per il compratore. Innanzitutto quelle già viste con la regola CPT in merito a: contratto di trasporto a carico del venditore;disallineamento tra rischi e spese. Rimando a questo post per il relativo esame. Più delicato è il contratto di assicurazione. Infatti, il compratore deve tenere presente che, secondo la regola Incoterms ® CIF, il contratto di assicurazione a carico del venditore deve avere le seguenti caratteristiche: copertura per un valore pari al 110% del prezzo del bene;copertura conforme alle Clausola © dell’Institute Cargo Clauses;compagnia di assicurazione di buona reputazione;azione diretta del compratore verso l’assicuratore. La copertura di cui alla Clausola (C) dell’Institute Cargo Clauses opera solo con riferimento ai rischi base e, qualora il compratore volesse maggior protezione, i costi relativi non sarebbero a carico del venditore, ma del compratore stesso. Per approfondimenti e link rimando al post sulla regola Incoterms ® CIP. Sotto altro aspetto, le parti devono tenere presente che la regola Incoterms ® CIF è dedicata al trasporto via mare/acqua. Qualora il bene sia consegnato a un vettore prima della messa a bordo, è più opportuno usare la regola CIP. Infine, il venditore deve tenere a mente che deve fornire al compratore un documento di trasporto con le seguenti caratteristiche: riferito al bene in transito;datato nel periodo previsto per la spedizione;deve consentire al compratore di esigere la consegna dal vettore;tale per cui permetta la successiva vendita del bene a un terzo con semplice consegna del documento di trasporto o con comunicazione al vettore;completo di tutti gli originali se emesso in forma negoziabile e in più originali. Per ulteriori approfondimenti sulla regola Incoterms ® CIF, suggerisco la lettura di questo interessante post. CONCLUSIONI Con questo articolo si conclude la serie dedicata alle Regole Incoterms ®, il cui fine è stato quello di fornire a sales manager, esportatori e importatori non solo le nozioni base come da pubblicazione della ICC, ma ulteriori elementi pratici. Se avete domande o riflessioni da condividere, vi invito a commentare qui sotto. Raffaele Battaglini (LLM. presso The University of Edinburgh) è un avvocato esperto di internazionalizzazione delle imprese, operazioni societarie e start-up innovative.
5 anni fa
Acqua: opportunità di investimento strategico
BRIEF GLOBAL MARKET ANALYSIS 3/2016 Acqua: opportunità di investimento strategico Aumento demografico globale, processo di urbanizzazione e crescita economica: queste le ragioni dell’aumento di richiesta di accesso all’acqua da cui derivano significative conseguenze sul piano della sicurezza per le aree in cui vi è scarsità di fonti idriche, o dove il livello di inquinamento di queste può essere critico; in particolare, ciò rappresenta un fattore di criticità per le pressioni (sul piano sociale, economico, della sicurezza) verso l’accesso alle risorse e sulla gestione delle stesse, così come è avvenuto per le altre principali risorse naturali ed energetiche, nonché per le materie prime, negli ultimi dieci anni. Nello specifico, si è imposta, come maggiore preoccupazione per gli investitori e per i governi, il concetto di “Peak water”, ossia il limite imposto da crescenti vincoli legati alla disponibilità, alla qualità e all’utilizzo delle fonti di acqua “fresca”. Una preoccupazione diffusa in tutto il mondo, e in alcuni settori in particolare, è relativa a tre tipologie di risorse idriche e nel bilanciamento delle stesse: l’acqua rinnovabile (destinata al consumo per uso umano), l’acqua non rinnovabile (contaminata o sovra-sfruttata, e non riutilizzabile per uso umano), l’acqua ad accesso non conveniente (dove i costi di accesso e distribuzione superano i vantaggi). In estrema sintesi, l’analisi sul fenomeno di richiesta di acqua per il futuro impone di evidenziare tre fattori essenziali che accelerano la richiesta di acqua e aumentano le criticità di accesso e utilizzo delle fonti idriche: la crescita demografica;la diffusione di una dieta ricca di proteine (che impone l’allevamento estensivo);l’aumento della domanda di energia. I numeri della domanda di acqua in prospettiva La gestione dei volumi di acqua necessari a livello globale richiede di tenere in considerazione quantità, disponibilità e soluzioni che rispondano in maniera efficace alle effettive esigenze poiché il mantenimento di un adeguato livello qualitativo di accesso alle risorse idriche è una delle principali sfide politiche, economiche e sociali a cui sono chiamati a rispondere tutti i governi. E la maggiore di queste preoccupazioni è rappresentata dal fatto che l’attuale sfruttamento idrico comporterà problematiche significative e crescenti da oggi al 2030 a causa di insostenibilità e gestione non responsabile. La popolazione che attualmente vive in aree a forte stress idrico, caratterizzato da assenza o inadeguatezza di infrastrutture (ad esempio nell’Africa sub-sahariana e nell’India settentrionale), aumenterà del 33% entro il 2030. E il 60% di questo totale di popolazione, che vive all’interno dell’area BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), sarà quello che maggiormente ne subirà gli effetti negativi. Inoltre, l’elevato volume di acqua utilizzato a fini industriali contribuisce a creare difficoltà crescenti; un esempio è rappresentato dall’industria estrattiva di idrocarburi, nello specifico lo shale oil (estrazione dai giacimenti scistosi). È evidente, pertanto, come la scarsità di acqua sia il problema contemporaneo che si impone in molti dei mercati emergenti a veloce crescita economica. E proprio la combinazione tra mercato in crescita e scarsità di acqua che incoraggia – e deve ancor più incoraggiare – gli investimenti finalizzati all’implementazione e allo sviluppo di soluzioni innovative che possano attirare opportunità di investimento. E dunque, il problema si trasforma in opportunità di mercato. E il settore privato è quello che meglio risponde a queste sfide, declinandole in opportunità: società e investitori privati sono oggi in prima linea per migliorare i sistemi di accesso alle acque, di gestione, di conservazione e di distribuzione. E ciò avviene perché l’acqua – e il suo utilizzo industriale, agro-alimentare e domestico – è un investimento universale in grado di offrire opportunità attraverso i processi di estrazione, potabilizzazione, distribuzione, recupero, lo sviluppo industriale e, ancora, il superamento di barriere geografiche; uno sviluppo che avrà dirette conseguenze sul piano sociale, creando nuove opportunità di lavoro e garantirà un miglioramento della qualità della vita delle popolazioni che vivono in molte di quelle aree dove al momento vi è scarsità di acqua e dove, grazie all’investimento del settore privato e scelte politiche lungimiranti da parte dei governi, la disponibilità di questa sosterrà lo sviluppo economico e la stabilità sociale, creando al contempo le necessarie opportunità di business. I limiti nello sfruttamento intensivo dell' acqua Un limite all’utilizzo dell'acqua è dato dal fatto che i bacini sotterranei e quelli fluviali possono essere soggetti a impoverimento e inquinamento attraverso l’uso intensivo, l'urbanizzazione e la cattiva gestione degli stessi. A fronte di tale rischio, l’industria dell’acqua deve mitigare e indurre a una gestione sostenibile di questa fonte fondamentale e deve creare le condizioni ottimali per la sua gestione. E proprio questa sfida cui è chiamata a rispondere l’industria globale dell’acqua è quella principale poiché, in base alle capacità di investimento, di innovazione e di gestione, sarà possibile contenere e gestire i rischi a cui l’approvvigionamento idrico è soggetto; rischi che, come accennato, se non gestiti adeguatamente comporterebbero significative criticità sul piano sociale, energetico ed economico. L’investimento è opportunità I limiti nell’accesso alle risorse idriche sono lo stimolo alla ricerca di soluzioni finalizzate alla valorizzazione delle risorse altrimenti non usufruibili. Società, aziende e investitori impegnati nel settore dell’acqua danno vita oggi a un mercato di servizi e prodotti – stimato in oltre 300 miliardi di dollari – che coprono l’intero spettro del processo di accesso e gestione dell’acqua. Un esempio significativo è rappresentato dal fatto che, dove vi è scarsità di risorse idriche, intervengono processi di dissalazione in grado di trasformare l’acqua marina (il 97 percento dell’acqua totale sulla terra) in acqua potabile per uso umano; o ancora, altri processi consentono di dare avvio al riciclo di acqua per usi industriali; altri ancora si specializzano nel recupero di acqua piovana. Sono realtà in cui ingegneri, scienziati e ricercatori cooperano in un sano rapporto di “collaborazione competitiva” al fine di ideare, creare e sviluppare soluzioni ottimali alle crescenti esigenze di cui si è fatto cenno e, in particolare, per quanto riguarda il settore tecnologico agricolo. In estrema sintesi, l’acqua (accesso, distribuzione e riutilizzo) rappresenta un investimento strategico sul lungo periodo; investimento che, nelle sue varie forme e in molteplici risultati, ha dimostrato le potenzialità di un mercato in continua crescita ed espansione. Crescita ed espansione di un’offerta tecnologica del settore di ricerca e investimento privato che muovono in parallelo con una domanda che, dati gli sviluppi economici e demografici globali, è in costante aumento. In particolare, vanno citati i Paesi che più degli altri stanno investendo in ricerca e sviluppo di soluzioni innovative applicate all’industria dell’acqua; nello specifico per quanto riguarda il processo di dissalazione, che rappresenta il settore che maggiore sviluppo avrà nel futuro e per il futuro. Tra questi paesi: Cina, Germania, Austria, Stati Uniti, Israele, Singapore. Dunque, perchè investire nell’industria dell’ acqua? Perché è un mercato in crescita che offre una duplice e vantaggiosa opportunità: business e stabilità sociale. A fronte di una crescente domanda a livello globale, la disponibilità di acqua utilizzabile si riduce progressivamente. Una condizione che già induce i governi, l’industria e gli investitori privati verso un management razionale e un approccio efficiente alla gestione delle infrastrutture di accesso alle acque attraverso l’investimento in tecnologie innovative e ricerca, alla realizzazione di nuove infrastrutture e metodi intelligenti di conservazione al fine di rendere quello dell’acqua un investimento sostenibile e basato su strategie di lungo periodo. Brief Global Market Analysis di Claudio Bertolotti ha l’ambizione di rispondere alle necessità degli imprenditori che guardano al mercato globale alla ricerca di importanti opportunità.
5 anni fa
Incoterms: la regola FOB per il trasporto via mare
Questo articolo fa parte di una serie dedicata alle regole Incoterms ® 2010. Sono già stati pubblicati il post introduttivo e quelli dedicati alle regole Incoterms ® EXW, FCA, CPT, CIP, DAT, DAP, DDP, FAS. LA REGOLA INCOTERMS ® FOB Con la regola Incoterms® FOB (Free On Board / Franco A Bordo), molto simile alla regola FAS già analizzata, il venditore adempie all’obbligo della consegna mettendo il bene a bordo della nave designata dal compratore nel punto di caricazione indicato dal compratore nel porto di imbarco. Inoltre, il venditore è tenuto a sdoganare il bene all’esportazione. Rischi e spese concernenti il bene passano dal venditore al compratore al momento della consegna, pertanto è opportuno indicare nel modo più preciso possibile il punto specifico di caricazione. Inoltre, qualora il compratore non abbia indicato il punto di caricazione, il venditore può scegliere il punto per lui più comodo nell’ambito del porto di imbarco. Questa regola può essere applicata solo ai trasporti marittimi e su vie d’acqua interne. OBBLIGAZIONI DEL VENDITORE Le principali obbligazioni in capo al venditore secondo la regola Incoterms ® FOB sono le seguenti: sostenere perdita, danni e spese inerenti il bene fino alla consegna; consegnare il bene entro la/alla data prevista; consegnare il bene mettendolo a bordo della nave designata dal compratore nel punto di caricazione indicato dal compratore nel porto di imbarco; fornire prova dell’avvenuta consegna; fornire assistenza al compratore per l’ottenimento di un documento di trasporto; sostenere le spese per le operazioni di controllo necessarie per la consegna del bene disposte dal Paese di esportazione; informare il compratore dell’avvenuta consegna o dell’omesso ritiro da parte della nave; fornire la fattura commerciale; ottenere, a proprie spese, la licenza e ogni autorizzazione ufficiale per l’esportazione; compiere, a proprie spese, ogni formalità doganale per l’esportazione; sostenere le spese di ispezione per l’esportazione; curare l’imballaggio del bene. Il venditore non ha alcun obbligo circa la sottoscrizione del contratto di trasporto. Tuttavia, su richiesta del compratore o se è d’uso, il venditore è tenuto a sottoscrivere un contratto di trasporto a rischio e spese del compratore. Il venditore non ha alcun obbligo di stipulare un contratto di assicurazione. OBBLIGAZIONI DEL COMPRATORE Le principali obbligazioni in capo al compratore secondo la regola Incoterms ® FOB sono le seguenti: prendere in consegna il bene al momento della consegna nei modi e tempi pattuiti; sostenere rischi di perdita e danni del bene, nonché le spese, a partire dalla consegna; sostenere rischi e spese conseguenti qualora: non comunichi il nome della nave e il punto di caricazione; la nave designata non arrivi in tempo, non prenda in consegna il bene o concluda le operazioni di carico prima del tempo comunicato dal compratore; pagare il prezzo del bene; fornire le informazioni necessarie per le formalità di esportazione; ottenere, a proprie spese, i documenti per l’importazione e per il trasporto in ogni altro paese; espletare, a proprie spese, le formalità doganali di importazione; stipulare il contratto di trasporto dal porto di imbarco convenuto e sostenerne i costi; sostenere i costi per le ispezioni obbligatorie sul bene con l’eccezione di quelle per l’esportazione. Il compratore non ha alcun obbligo circa la sottoscrizione del contratto di assicurazione. ASPETTI CRITICI I lettori più attenti si saranno già resi conto che la Regola Incoterms ® FOB si distingue dalla regola FAS solo per quanto concerne il momento della consegna: nella prima, la consegna avviene caricando la merce sulla nave; nella seconda ipotesi, mettendo il bene sottobordo della nave. Pertanto, rimando al precedente post dedicato alla regola FAS per l'analisi degli aspetti critici della regola FOB e quindi : applicazione esclusiva al trasporto via mare o vie d’acqua interna; utilizzo della regola FCA in sostituzione; vendite a catena e concetto di “procurare merci già consegnate”. Tra due settimane parleremo della Regola Incoterms ® CFR. Quali esperienze avete avuto con le regole FAS e FOB? Raffaele Battaglini (LL.M. presso The University of Edinburgh) è un avvocato esperto di internazionalizzazione delle imprese, operazioni societarie e start-up innovative.
5 anni fa
Trasporto merci: nave o treno? Uno sguardo al futuro
BRIEF GLOBAL MARKET ANALYSIS 2/2016 Trasporto merci: via nave o via treno? Uno sguardo al futuro (e alla Cina) La geografia è la base dell’economia e della strategia aziendale. Dove spedire, quanto costa, quali vantaggi dall’uno o dall’altro vettore? Il trasporto via treno consente una maggiore velocità di trasporto per un medio quantitativo di merce a fronte di un costo medio. Premia la velocità di trasferimento dei beni e un rischio ridotto. Ma non è il metodo privilegiato di trasporto, proprio a causa dei costi non contenuti e delle capacità volumetriche del trasportato. Il trasporto via nave è quello che sinora si è dimostrato essere il più conveniente, in virtù delle caratteristiche fisiche dell’acqua che consentono un ridotto attrito e alla grande capacità di trasporto dei vettori. Non è il metodo più veloce, ma è quello che garantisce il trasferimento di beni in grandi quantità e alle più lunghe distanze; in particolare per i beni prodotti o lavorati da grandi industrie, come l’acciaio e i prodotti petrolchimici. Per contro, la costruzione, il mantenimento e lo sviluppo di canali, porti e infrastrutture richiede l’investimento di grandi capitali. Ma nel complesso è il mezzo di trasferimento merci più conveniente. Ma qualcosa sta cambiando Si evolve il mercato, la tecnologia, i prodotti… e con essi – e grazie a essi – anche i mezzi per trasportarli. La quantità di merci che da una parte all’altra del globo si muovono quotidianamente è in crescita progressiva; mai come ai nostri giorni il mercato ha avuto la possibilità di coinvolgere un numero tanto ampio di luoghi e persone. Un trend che è destinato ad aumentare nel prossimo futuro. Quali i fattori influenti e gli elementi dinamici di cui dover tener conto per il domani ormai prossimo? In primo luogo un fattore di tipo “naturale”: il global warming. Un mutamento climatico che sta aprendo un nuovo e sempre più interessante “passaggio a Nord-Est”: dal Nord Europa, verso le penisole artiche, la Siberia, all’Asia sud-orientale. Il vantaggio? La riduzione di due terzi del percorso (e dunque dei costi) sinora interessante gli stretti di Gibilterra, Malacca e Suez (quest’ultimo appena raddoppiato). Un tratto commerciale, quello di Nord-Est, oggi percorribile per pochi mesi l’anno a causa del ghiaccio, ma l’andamento climatico gioca a favore di questa opzione… e a sfavore dei traffici marittimi attraverso il Mediterraneo – attualmente il 20 percento del totale dei trasporti via nave. Di questo si dovrà tener conto. Ma un elemento in particolare, che è in grado di modificare l’economia degli spostamenti di merci, è rappresentato dalla rivoluzione del trasporto ferroviario, preferibile a quello stradale. L’esempio più significativo è rappresentato dalla Nuova Transiberiana, che unisce la Cina (città di Chongqing) alla Germania (Duisburg) in due settimane (e anche meno se i tempi doganali venissero ridotti). A questa opzione si uniscono altre ipotesi di progetti ferroviari, come l’alta velocità Pechino-Mosca; un progetto, con un capitale di 100 miliardi di dollari finanziato per lo più dalla cinese Asian Infrastructure Investment Bank, di cui fa parte anche l’Italia. In Sud America, un’altra iniziativa in cui la Cina cercherà di ricoprire il ruolo di attore principale è quella della ferrovia transcontinentale che dovrebbe collegare Cile, Perù e Colombia; un progetto da 50 miliardi di euro che, una volta ultimato, stravolgerà l’infrastruttura sudamericana dei trasporti di merci collegando via terra le due coste continentali (eliminando così di fatto il trasporto via mare). A questa si sommerebbe l’iniziativa di collegamento in Colombia volta a unire la costa pacifica con quella Atlantica… a svantaggio ovviamente dei transiti marittimi attraverso il canale di Panama (attualmente in fase di raddoppio con il coinvolgimento di Stati Uniti e, tra gli altri, anche l’Italia). E dopo l’Asia e il Sud-America, è la volta dell’Africa orientale. Qui, sempre la Cina è intenzionata ad avviare un progetto per collegare Uganda, Ruanda, Burundi e Sud Sudan; un progetto finanziato dalla Exim Bank of China e dedicato prevalentemente al trasporto di merci. Dunque, guardando avanti, si intravede un confronto acceso tra trasporto navale e trasporto ferroviario. Costi di trasporto e velocità: i due fattori dinamici in grado di influire sul successo o l’insuccesso di una o entrambe le opzioni. E come sempre, il mercato deciderà quale opzione sia la migliore, o quella più opportuna… ma una cosa è bene ricordare, ossia che l’elemento dinamico rimane lo stesso, e parla cinese. Brief Global Market Analysis di Claudio Bertolotti ha l’ambizione di rispondere alle necessità degli imprenditori che guardano al mercato globale in ricerca di importanti opportunità.