La stabilità politica interna della Turchia – primo territorio per rilevanza nell’area del vicino Oriente – è stato a lungo il fattore determinante che ha reso convenienti gli investimenti delle aziende estere; ma oggi le dinamiche interne al paese, insieme alla minaccia del terrorismo, potrebbero determinare un cambio di situazione e avere effetti significativi sulle attività delle aziende straniere nel medio periodo.

Una situazione incerta

Non il tentativo di golpe di per sé, ma la reazione del governo turco e l’opera di epurazione generalizzata degli oppositori (o supposti tali) potrebbero danneggiare in maniera grave l’economia della Turchia a causa dell’allontanamento di molti manager e della possibile riduzione degli investimenti aziendali in attesa di capire quali saranno gli sviluppi politici nel breve periodo; una possibilità che è conseguenza dell’incerta stabilità del paese dovuta, oltre al tentato golpe e alle sue ancor più deleterie ripercussioni “autoritaristiche”, ma anche del rischio “terrorismo” e del sostanziale stato di guerra civile che infiamma il sud del paese intorno all’annosa questione curda.

Indefinita la situazione al momento, e le stime non possono che essere puramente teoriche.

Ciò che più conta è la stabilità e la continuità dei rapporti commerciali. L’Italia, insieme a Germania e Francia, è uno dei principali partner commerciali della Turchia – il quinto, mentre la Turchia è il decimo per l’Italia – e il totale degli investimenti si aggira intorno ai 10 miliardi per l’export (settori meccanico industriale in primis, e poi estrattivo, automobilistico con la FCA e chimico) e di 6,6 miliardi per l’import (settori automobilistico, manifatturiero, metallurgico), grazie alle circa 1.300 imprese che lì hanno deciso di investire; a tutto ciò va sommato il settore del turismo.

Importante è il ruolo delle aziende italiane impegnate nella realizzazione di grandi progetti infrastrutturali come autostrade, ponti (la Astaldi è impegnata in un progetto da € 2,5 miliardi), tunnel (la Italferr per il progetto “Eurasia Tunnel”, la galleria stradale sottomarina da € 5,3 milioni); ma anche nel settore bancario (Unicredit, con un controllo del 40,9% sulla turca Yapi Kredit Bank).

Sul piano finanziario, la decisione dell’agenzia Standard & Poor’s di tagliare il rating sul credito in valuta estera della Turchia abbassando le prospettive da “stabili” a “negative” è stata definita dal presidente turco Erdogan come una scelta politica di parte e ingiustificata; ma è comunque una scelta che potrà avere ripercussioni significative nell’afflusso di capitali. Chi è disposto ad avventurarsi in investimenti di capitale in un paese classificato come instabile e a rischio?

Ad oggi non è facile quantificare l’eventuale effetto sul prodotto interno lordo italiano di questa situazione, ma le conseguenze dirette sulle aziende italiane che lì operano sono stati minimi: nessuna interruzione della produzione a fronte di un innalzamento delle misure di sicurezza.

Per contro, paga il prezzo maggiore il settore del turismo, messo a dura prova in particolare dopo l’attacco terroristico del 28 giugno all’aeroporto di Istanbul, con una flessione del 45% dall’inizio dell’anno; una situazione che, paradossalmente, potrebbe essere vantaggiosa per il settore turistico italiano su cui verrà deviato il flusso turistico da Germania, Usa e Francia di Turchia, Egitto e Tunisia.

Quali, nel complesso, le società italiane quotate più esposte?

La britannica Jci Capital Ltd valuta che il premio al rischio per gli asset turchi non possa che salire, insieme ad una riduzione del valore sottostante, in un paese dove gli elevati rendimenti sono lo specchio degli scomodi problemi di governance e democrazia. Il settore bancario sarebbe quello maggiormente esposto ai rischi dell’instabilità, seguito da quello del cemento (Astaldi e Cementir – con € 530 milioni di investimento – le aziende soggette a maggior rischio). E ancora, come abbiamo visto, il settore del turismo.

Questi i principali titoli italiani in Turchia:

  • Astaldi (infrastrutture): stabile (la quotazione precedente al tentato golpe, a € 4,04 è di poco superiore a quella attuale – 3,99 euro);
  • Azimut (risparmio): titolo cresciuto (da € 14,76 a € 15,17);
  • Cementir (edilizia): titolo in diminuzione;
  • Cnh Industrial (automobilistico commerciale);
  • Unicredit (bancario): esposto a maggiori rischi;
  • Ricordati (farmaceutica): stabile, situazione immutata (titolo in crescita).

Analisi, valutazioni, previsioni

Nel complesso, nel merito delle esportazioni, è prevedibile un evoluzione positiva dell’attuale situazione, con un margine di incremento potenziale del 20/30% nel medio periodo.

Relativamente alle opportunità di sviluppo commerciale sul medio periodo, i settori di maggiore apprezzamento sono il manifatturiero (tessile e abbigliamento), infrastrutturale e meccanico-strumentale.

Le valutazioni non dovrebbero subire significative ripercussioni in quanto la Turchia ha contenuto un significativo rischio politico, ma paga il pegno di un altrettanto significativo rischio di credito. Una situazione che comunque, più in generale, dovrebbe indurre a mantenere gli investimenti in Turchia, pur con grande attenzione alla ri-definizione delle strategie aziendali al fine di anticipare e contenere i rischi derivanti dagli sviluppi economico-commerciali, finanziari e politico-sociali.

Brief Global Market Analysis di Claudio Bertolotti ha l’ambizione di rispondere alle necessità degli imprenditori che guardano al mercato globale alla ricerca di importanti opportunità.