4 anni fa
7 suggerimenti per compilare lo statuto online della start-up innovativa
Lo statuto online della start-up innovativa (scaricabile qui) dovrebbe facilitare la costituzione di nuove start-up innovativa in forma di SRL. Basta solo andare sulla piattaforma online dedicata, compilare i campi e selezionare le opzioni preferite. Nessun notaio, nessun professionista, nessuna spesa. Purtroppo, come ho potuto constatare negli ultimi due anni con svariati startupper, non è così semplice. Ritengo che il MISE abbia fatto un ottimo lavoro per standardizzare le clausole statutarie della start-up innovativa, ma alcune opzioni richiedono comunque familiarità con il diritto societario e con le prassi commerciali. Senza assistenza qualificata, è difficile che uno startupper possa scegliere con piena consapevolezza un’opzione piuttosto che un’altra. E allora di seguito i miei 7 suggerimenti per compilare lo statuto online della start-up innovativa. 1. Oggetto sociale L'oggetto sociale di una start-up innovativa deve soddisfare alcuni requisiti specifici. Questo post vi aiuterà a redigerlo in modo conforme. 2. Ingresso di investitori Solitamente, gli startupper sono alla ricerca di investitori terzi interessati a entrare nel capitale sociale della start-up innovativa. Tale investimento avviene mediante aumento di capitale. Dovrete quindi selezionare l’art. 6.4 per poter assegnare a terzi le quote emesse in sede di aumento di capitale. Qualora l’organo gestorio sia composto dagli startupper stessi, potreste selezionare anche l’art. 6.5 per semplificare il processo. Se, per il reperimento di capitali, pensate di sfruttare il sistema alternativo di equity crowdfunding, allora dovrete selezionare l’art. 8.2 tenendo presente che, in base al Regolamento CONSOB, servono ulteriori previsioni per iniziare una campagna di raccolta fondi sulle piattaforme. 3. Quote di partecipazione Il rapporto tra quote di partecipazione al capitale e diritti relativi è molto delicato. Selezionando l’art. 8.1.2 potrete attribuire le quote in modo non proporzionale, e quindi in più o in meno, rispetto ai conferimenti. Questo strumento è utile per tutelare i diritti dei fondatori. 4. Governo societario In generale, lo statuto può attribuire diritti speciali di natura patrimoniale o amministrativa ai singoli soci. Lo statuto online ne offre però solo due: ai sensi dell’art. 8.5, potete attribuire ai singoli soci specifici diritti in merito alla nomina degli amministratori e all’autorizzazione di operazioni che superano un certo importo. Questa previsione è particolarmente rilevante perché lo statuto online non permette di intervenire sulle maggioranze di assemblea soci e consiglio di amministrazione, tipico strumento di governo societario per equilibrare i rapporti tra maggioranza e minoranza. 5. Assetti proprietari L’art. 9 offre quattro opzioni inerenti la vendita delle quote da parte dei soci a terzi estranei alla compagine societaria, uno dei temi più delicati che affronto con gli startupper, soprattutto perché è possibile scegliere solo una di queste opzioni. Non è possibile suggerirne una a priori: è sempre necessario valutare la situazione concreta. Mi limiterò quindi a darne una descrizione per indirizzare le vostre scelte. L’art. 9.1.1 disciplina il diritto di co-vendita (tag-along), strumento a tutela della minoranza: qualora la maggioranza intenda vendere a un terzo, la minoranza può agganciarsi alla vendita della maggioranza e vendere la propria quota al medesimo acquirente e alle stesse condizioni. L’art. 9.1.2 è il diritto di trascinamento (drag-along): la maggioranza può obbligare la minoranza a vendere il 100% delle quote congiuntamente al medesimo acquirente e alle stesse condizioni. L’art. 9.2 prevede il divieto assoluto di vendita delle quote per 24 mesi. La finalità è quella di trattenere nella start-up innovativa i soci fondatori. L’art. 9.3 disciplina il diritto di prelazione: in caso di vendita  un terzo, i soci esistenti hanno il diritto di essere preferiti a parità di condizioni. La finalità è dunque di evitare l’ingresso in società di soci sgraditi. Infine, l’art. 9.4 subordina la vendita al gradimento espresso dagli amministratori o dall’assemblea dei soci sulla base di specifici criteri. Sottolineo che queste opzioni non impediscono l’ingresso di nuovi soci nella start-up innovativa tramite aumento di capitale. 6. Amministrazione L’art. 19 disciplina l’organo gestorio. In particolare, nell’art. 19.1 n. ii) dovrete inserire il numero minimo e massimo di membri del consiglio di amministrazione: vi suggerisco di prevedere sempre numeri dispari per evitare stalli decisionali, rischio comunque mitigato dall’art. 21.6 che attribuisce la prevalenza del voto del presidente in caso di parità. Suggerisco, soprattutto se pensate di aprire la start-up innovativa a investitori, di selezionare l’art. 19.4 che permette di nominare, quali amministratori, terzi estranei alla compagine sociale. 7. Adeguata preparazione Prima di partire con la costituzione online della start-up innovativa, preparatevi adeguatamente esaminando la guida dove troverete preziose indicazioni su tutto il procedimento (moduli da compilare, tasse da pagare, fasi della costituzione online).. Tra l’altro, recentemente è stato introdotto il sistema di costituzione online con consulenza direttamente da parte delle CCIAA. E ricordate che dovrete aprire l’indirizzo PEC della start-up prima della costituzione e che tutti i soci devono avere un indirizzo PEC e la firma digitale! Sull’Autore: Raffaele Battaglini (LLM. presso The University of Edinburgh) si occupa di internazionalizzazione e di innovazione delle imprese.
4 anni fa
Consigli su come scrivere l’ oggetto sociale delle start-up innovative
Dopo qualche mese di silenzio dovuto a svariati convegni (guardate i post precedenti se siete curiosi), riesco finalmente a scrivere un nuovo post “di contenuto”. Si tratta di un tema che affronto di frequente: la redazione dell’ oggetto sociale delle start-up innovative. Oggetto sociale: il dato normativo Il punto di partenza di questa indagine è l’art. 26, comma secondo, let. f), del D.L. 179/2012 secondo cui la start-up innovativa “ha, quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico”. Questo è uno dei requisiti che una società deve possedere obbligatoriamente per potersi qualificare start-up innovativa. Il problema della corretta redazione dell’ oggetto sociale nasce dalla interpretazione di questa norma e dai poteri di controllo del Registro Imprese. Infatti, tecnicamente, il Registro Imprese ha un obbligo di verifica meramente formale del possesso dei requisiti. In particolare, l’ oggetto sociale, poiché è esplicativo del carattere di innovazione della società, è uno di quelli che richiede conoscenze così sofisticate che non si possono pretendere siano in possesso dei funzionari del Registro Imprese Eppure, nel 2016, il Registro Imprese Torino ha bocciato svariate iscrizioni nella sezione speciale start-up innovative adducendo, tra le varie motivazioni, che l’ oggetto sociale non era conforme al dettato normativo. Questo ha portato una start-up a impugnare la decisione davanti al Giudice del Registro delle Imprese. La decisione del Giudice del Registro delle Imprese Con decreto del 10 febbraio 2017, il Giudice del Registro delle Imprese di Torino è intervenuto sul tema dei poteri del Registro delle Imprese in merito alla valutazione dell’ oggetto sociale di una start-up innovativa fornendo interessanti e utili spunti. Infatti, il Giudice ha espresso i seguenti principi: il Registro Imprese ha il solo compito di controllare la regolarità formale della domanda di iscrizione alla sezione speciale start-up innovative;il Registro Imprese non ha il potere di compiere controlli di merito per verificare il carattere di innovatività ad alto valore tecnologico;il possesso dei requisiti di start-up innovativa è attestato tramite autocertificazione del legale rappresentante sotto la propria responsabilità civile e penale;solo se l’ oggetto sociale pare manifestamente privo (carenza formale) dei caratteri di innovazione e di alta tecnologia, il Registro Imprese può rifiutare l’iscrizione nella sezione speciale. In sostanza, il Registro Imprese, una volta effettuati i controlli formali, deve procedere all’iscrizione della start-up innovativa. La Circolare del MISE In data 14 febbraio 2017, è intervenuto sul tema il MISE con la Circolare n. 3696/C ponendosi in linea con la decisione del Giudice. Infatti, il MISE ha ribadito che il Registro Imprese non può effettuare indagini nel merito dell’ oggetto sociale e offre ulteriori elementi di valutazione per verificare i caratteri di innovazione e di alta tecnologia della start-up innovativa, a prescindere dal dato testuale dell’ oggetto sociale. In particolare, il MISE indica quanto segue come sintomi del carattere di innovazione: la titolarità di privativa industriale o di un software afferente l’ oggetto sociale dimostra il carattere innovativo;il possesso del requisito alternativo di costi in ricerca e sviluppo dimostra l’innovazione tecnologica;la descrizione dell’attività mediante il codice C32;l’analisi del sito web per capire l’attività concreta della start-up;il presentation deck da richiedere alla start-up innovativa per comprendere l’aspetto innovativo;l’essere ospitata presso un incubatore certificato. Infine, il Registro Imprese può sottoporre la questione direttamente al MISE. I criteri di redazione dell’ oggetto sociale Chiarita la questione sui poteri di intervento del Registro Imprese, possiamo dare qualche indicazione concreta per redigere l’ oggetto sociale delle start-up innovative in modo formalmente conforme a legge. Per fare ciò, bisogna in via preliminare inquadrare gli elementi che formano l’ oggetto sociale delle start-up innovative: le fasi imprenditoriali di sviluppo, produzione e commercializzazione devono essere tutte e tre presenti e svolte dalla start-up innovativa;queste fasi devono avere come risultato un bene o un servizio che sia contemporaneamente innovativo e ad alto valore tecnologico: tali due caratteri, che sono inscindibili tra loro e devono sussistere entrambi, possono concernere sia il bene/servizio stesso sia le modalità di realizzazione;l’attività innovativa deve essere esclusiva o prevalente rispetto a eventuali altre svolte dalla start-up. L’ oggetto sociale di una start-up innovativa deve dunque esprimere i tre elementi qui sopra descritti in modo chiaro ed efficace. Per esempio, quindi, l’ oggetto sociale di una start-up innovativa potrebbe essere scritto come segue: “La società ha per oggetto lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico, e più specificamente e in via prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di [inserire descrizione bene/servizio sviluppato, prodotto e commercializzato] che ha carattere innovativo in quanto [illustrare la natura innovativa del bene/servizio o del processo con cui è realizzato] e ha alto valore tecnologico poiché [descrivere la tecnologia alla base del bene/servizio o del processo di realizzazione]. La società, in via secondaria e/o strumentale alle attività tipiche sopra descritte, potrà svolgere le seguenti attività: [inserire elenco attività secondarie/strumentali].” Per ulteriori approfondimenti, rimando a questo utile documento del Registro Imprese Torino. Voi avete avuto difficoltà a iscrivere la vostra start-up innovativa al Registro Imprese? Sull’Autore: Raffaele Battaglini (LLM. presso The University of Edinburgh) è un avvocato esperto di internazionalizzazione e di innovazione delle imprese.
4 anni fa
Equity Crowdfunding: Raffaele Battaglini relatore a IT Forum di Rimini
[Evento] Sul numero invernale di iFinance e in questo blog, abbiamo già parlato di equity crowdfunding poiché il 2017 sarà un momento di potenziale salto di qualità di questo innovativo modello di investimento. Infatti, la legge di stabilità 2016 ha allargato a tutte le PMI la possibilità di adoperare le piattaforme online per raccogliere capitale (prima solo start-up innovative e PMI innovative erano legittimate a usarlo). EQUITY CROWDFUNDING: COME INVESTIRE NEL FUTURO Il 18 maggio, all'Investment & Trading Forum di Rimini, si terrà una tavola rotonda sul tema "Equity Crowdfunding: come investire nel futuro" e l'Avv. Raffaele Battaglini sarà relatore insieme a numerosi esperti del settore quali Tommaso Baldisserra Pacchetti (CEO e Fondatore CrowdFundMe), Michela Centioni (Fondatrice e CEO di Next Equity), Antonio Chiarello (Managing Director iStarter - Fondatore & CEO ClubDealOnline.com), Giulia Cinti (Fondatrice e CEO di Bioerg), Stefania Peveraro (Co-fondatrice e CEO EdiBeez - Senior editor Milano Finanza). Per informazioni e iscrizioni: sito del IT Forum. In attesa di vedervi a Rimini, vi lasciamo con la presentazione dell'intervento dell'Avv. Raffaele Battaglini in occasione del convegno tenutosi in data 11 aprile 2017 presso l'Ordine dei Commercialisti ed Esperti Contabili di Torino. https://www.slideshare.net/RaffaeleBattaglini/equity-crowdfunding-raffaele-battaglini
4 anni fa
Come si apre un portale di equity crowdfunding?
Il sistema di equity crowdfunding è stato introdotto in Italia nel 2013 ed è disciplinato da un apposito Regolamento CONSOB. L’Italia è stato il primo Paese europeo a essersi dotato di una disciplina dedicata. Questo sistema di reperimento di capitale di rischio ha avuto un inizio lento, ma ha visto un interessante sviluppo, in termini percentuali, nel 2016 come ben espresso in questa infografica. E sembra che il 2017 porterà nuova linfa. Equity crowdfunding: il perché della crescita Il motivo principale di questa ascesa è l’ampliarsi dei soggetti che possono sfruttare il sistema di equity crowdfunding. Inizialmente, lo equity crowdfunding era aperto solo alle start-up innovative. In un momento successivo è stato allargato anche alle PMI Innovative, nonché a OICR e a società di capitali che investono prevalentemente in start-up innovative e in PMI Innovative. A seguito di un intervento normativo di fine 2016, oggi tutte le PMI possono sfruttare i portali di equity crowdfunding per raccogliere capitale di rischio. E questo porterà nuovo slancio nel 2017 con un sicuro aumento delle società che useranno le piattaforme di equity crowdfunding per reperire nuovo capitale. Date queste premesse, potrebbero nascere nuovi portali online che si aggiungeranno ai circa venti autorizzati già esistenti. Quindi ho pensato di raccogliere in un unico post caratteristiche, modalità e requisiti stabiliti nel TUF e nel Regolamento CONSOB per ottenere l’autorizzazione ad aprire e a gestire un portale di equity crowdfunding. Caratteristiche del gestore di un portale di equity crowdfunding Possono diventare gestori di un portale di equity crowdfunding solo: le imprese di investimento; le banche autorizzate ai relativi servizi di investimento; i soggetti iscritti in un apposito registro tenuto dalla CONSOB a condizione che gli ordini di investimento siano trasmessi a imprese di investimento e banche. Il soggetto che intende ottenere l’autorizzazione e l’iscrizione nel registro deve: essere una società per azioni, società in accomandita per azioni, società a responsabilità limitata o società cooperativa;avere sede legale e amministrativa o, per i soggetti comunitari, stabile organizzazione in Italia. Modalità di richiesta dell’autorizzazione Per ottenere l’autorizzazione ad aprire un portale online di equity crowdfunding bisogna depositare presso CONSOB una domanda di iscrizione e una relazione sull’attività di impresa e sulla struttura organizzativa. La domanda di iscrizione, oltre a indicare i dati societari del richiedente, deve essere corredata da: elenco dei soggetti che, direttamente o indirettamente, ne detengono una partecipazione di controllo;elenco dei soggetti che ricoprono ruoli di amministrazione, direzione e controllo;documentazione (quali autocertificazioni o verbali di CdA) che attesti il possesso dei requisiti di onorabilità in capo a tali persone. La relazione sull’attività di impresa e sulla struttura organizzativa deve indicare: modalità per la selezione delle offerte da inserire sul portale, incluso eventuale esternalizzazione di tale attività;modalità per verificare che l’investitore abbia le competenze adeguate per investire sul portale;se intende fornire aggiornamenti periodici sull’andamento degli investimenti; descrizione della struttura di gestione e delle deleghe interne;piano di assunzioni;sistemi per gestire gli ordini di investimento e descrizione della relativa piattaforma informatica;politiche su conflitto di interessi, frodi e privacy;se il gestore selezioni offerte su incarico di altri portali;commissioni per i servizi offerti. Il procedimento dura 60 giorni lavorativi. I requisiti per ottenere l’autorizzazione I soci che, direttamente o indirettamente, detengono il controllo del gestore del portale di equity crowdfunding devono soddisfare dei requisiti di onorabilità quali l’assenza di condanne per taluni tipi di reati. Bisogna tenere a mente che, per “controllo”, si intende la possibilità di disporre, direttamente o indirettamente, della maggioranza dei voti in assemblea ordinaria o di un numero di voti tali da poter esercitare una influenza dominante in assemblea ordinaria. Se non vi è alcun soggetto che soddisfi tale condizione, allora si fa riferimento a tutti i soci che detengono almeno il 20% del capitale sociale. Se il soggetto di controllo è un ente giuridico, i requisiti di onorabilità devono essere valutati con riferimento agli amministratori e ai direttori generali di tali enti, nonché ai soci persone fisiche che controllano tali enti. Inoltre, le persone fisiche che hanno funzioni di amministrazione direzione e controllo del gestore devono soddisfare, oltre ai requisiti di onorabilità previsti per i soci di controllo, ulteriori requisiti di professionalità a dimostrazione di possedere adeguate capacità per gestire un portale di equity crowdfunding. Perdita dell’autorizzazione Il gestore perde l’autorizzazione a seguito di: perdita dei requisiti per l’iscrizione;radiazione per gravi violazioni (ad esempio non comunichi il recesso esercitato da un investitore);mancato inizio dell’attività entro sei mesi dall’ottenimento dell’autorizzazione;mancato ripristino dei requisiti di onorabilità entro due mesi. ****** E voi avete intenzione di sfruttare i portali di equity crowdfunding per reperire capitale o effettuare investimenti? Sull’Autore: Raffaele Battaglini (LLM. presso The University of Edinburgh) è un avvocato esperto di internazionalizzazione e di innovazione delle imprese.
4 anni fa
Direttiva UE su tutela know-how e segreti commerciali
Ad oggi, non in tutti i Paesi UE esiste una tutela specifica a protezione del know-how e dei segreti commerciali e, in ogni caso, le normative già esistenti sono tra loro differenti. Secondo la Commissione Europea un’impresa su cinque subisce il furto di segreti commerciali. La recente Direttiva 8 giugno 2016, n. 2016/943 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, L 157, 15 giugno 2016) porrà rimedio a tale diversificazione di strumenti legali a tutela dei propri assets immateriali, veri e propri vantaggi competitivi da proteggere. La Direttiva, infatti, ha come obiettivo primario la creazione di un sistema legislativo uniforme che tuteli le imprese dal furto dei segreti commerciali, ottenendo giustizia e il relativo risarcimento per il danno subito. La tutela dei segreti commerciali secondo la Direttiva UE Secondo il testo approvato, per “segreti commerciali” si intendono informazioni che: a) siano segrete: non devono essere, nel loro insieme o nella precisa configurazione e combinazione dei loro elementi, generalmente note o facilmente accessibili a persone che normalmente si occupano del tipo di informazioni in questione; b) abbiano valore commerciale in quanto segrete; c) siano state sottoposte a misure idonee per mantenerle segrete, entro limiti ragionevoli a seconda delle circostanze. Il furto di informazioni segrete si configura se avviene senza l’autorizzazione dell’impresa tramite l’accesso, l’appropriazione o la copia di documenti, oggetti, materiali, sostanze o file elettronici, oppure con qualsiasi altra condotta contraria alle leali pratiche commerciali. L’uso o la divulgazione di segreti commerciali sono illeciti se eseguiti da chi: a) ha acquisito le informazioni segrete illecitamente; b) viola un accordo di riservatezza; c) viola un obbligo contrattuale o di altra natura che impone limiti all’utilizzo dei segreti commerciali; d) sa, o dovrebbe sapere, che i segreti commerciali sono stati ottenuti illecitamente da un terzo. Inoltre anche la produzione, l’importazione, l’esportazione e la vendita di prodotti che violano i segreti commerciali sono illeciti. Nello svolgersi della procedura giudiziaria dovrà essere garantita la tutela della riservatezza dei segreti commerciali stessi e ogni Stato membro dovrà rendere disponibili una serie di misure che permettano alle imprese di contrastare con efficacia e rapidità, anche durante l’iter giudiziale, i danni derivanti dal furto dei segreti commerciali (es. misure provvisorie e cautelari). Per quanto riguarda il risarcimento del danno, secondo la Direttiva, lo stesso dovrà essere calcolato non solo in base alle conseguenze economiche (i mancati profitti della parte lesa e i profitti realizzati illecitamente dall’autore della violazione), ma anche tenendo conto di fattori non strettamente economici come, ad esempio, il danno reputazionale. I Paesi UE avranno due anni di tempo a partire dalla data di pubblicazione della nuova direttiva per adeguare le norme nazionali sulla protezione dei segreti commerciali alla nuova direttiva UE. E in Italia? In Italia, i segreti commerciali sono attualmente tutelati dal Codice della Proprietà Industriale in vigore dal 2005 e la divulgazione di informazioni segrete è punita anche dalle norme sulla concorrenza sleale del Codice Penale.
5 anni fa
Brexit e Marchio Europeo – Possibile Scenario Futuro
L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la cd Brexit, è stata un evento storico commentato da più parti quanto agli aspetti politici, economici e sociali. Anche su questo sito ne abbiamo affrontato gli impatti con riferimento all’internazionalizzazione delle imprese. In questo articolo, prendiamo in considerazione i possibili effetti di Brexit sulla tutela del Marchio Europeo. Quando si parla di Marchio Europeo, il territorio di interesse è la Unione Europea nel suo complesso considerata e viaggia parallelamente rispetto ai marchi nazionali di ciascun Stato membro, avendo un proprio Regolamento, un proprio Ufficio competente (EUIPO con sede ad Alicante) e una propria banca dati. Registrando un Marchio Europeo si ottiene tutela automatica e unitaria in tutti gli attuali 28 Paesi della Unione Europea. Non è possibile escludere la tutela in uno o più Paesi membri a scelta. Possibili conseguenze di Brexit sul Marchio Europeo? Il sopra citato regolamento del Marchio Europeo non disciplina l'ipotesi di uscita dalla stessa Unione Europea di un Paese membro. A rigor di logica potrebbe essere applicato in senso contrario il princìpio in vigore in caso di nuovo Paese entrante; quando ad esempio la Croazia entrò a far parte della Unione Europea, la tutela si estese automaticamente ad essa senza alcun costo aggiuntivo per i titolari dei marchi. Pertanto non sembrerebbe molto lontano dal vero ipotizzare che, con l'uscita del Regno Unito dalla Unione Europea, la tutela del Marchio Europeo non esplichi più i suoi effetti in tale Paese. Tuttavia tale soluzione comporterebbe delle conseguenze onerose per chi, titolare di un Marchio Europeo e con attività nel Regno Unito, si ritroverebbe senza la necessaria tutela per il proprio brand. Cosa potrebbe accadere in concreto? Si auspica che il Regno Unito disciplini le modalità di conversione (da Marchio Europeo a Marchio nazionale inglese). La conversione potrebbe essere automatica o avviata con apposita domanda. In entrambe le ipotesi sarebbe probabile che la tutela decorra dalla data in cui è iniziata a decorrere la tutela del Marchio Europeo. Altra criticità connessa alla Brexit è legata all’obbligo di utilizzo del marchio entro cinque anni dalla registrazione. La normativa della Unione Europea prevede che l’obbligo di utilizzo del marchio è soddisfatto se l’utilizzo avviene in una parte sostanziale del territorio (l’uso in un solo Stato membro è stato in più casi ritenuto soddisfacente dalla Giustizia Europea). Quale sarà la sorte del Marchio Europeo utilizzato solo nel Regno Unito? Sarà la Unione Europea a dover decidere come considerare l’uso di tale marchio nel Regno Unito; potrebbe essere previsto un periodo transitorio in cui sarà data la possibilità ai titolari di Marchio Europeo di estendere l’utilizzo ad altri Paesi della Unione Europea. L’EUIPO non può stabilire accordi con i singoli stati membri e, infatti, il quadro normativo concernente il Marchio Europeo ed i disegni e modelli comunitari viene determinato dalla Unione Europea e dal Consiglio. Non rimane che attendere i prossimi sviluppi che commenteremo tempestivamente.