5 anni fa
Anatocismo: la travagliata vita dell’art. 120 TUB e la nuova delibera CICR
La questione interpretativa sollevata dalla riforma dell’art. 120 TUB (sintesi) In un mio precedente post in tema di anatocismo avevo evidenziato i problemi interpretativi sorti in seguito alla modifica dell’art. 120 comma 2 del Testo Unico Bancario (d.lgs. 385 del 1993, di seguito TUB) ad opera della Legge di stabilità 2014 (L. n. 147/2013). Ricordo che il predetto articolo, nel nuovo testo (in vigore dal 1° gennaio 2014), conteneva, tra l’altro, una delega al CICR per l’individuazione di modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni bancarie, a condizione che vi fosse “la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori” e che “gli interessi periodicamente capitalizzati non possano produrre interessi ulteriori”. Ci si era chiesti quindi se la fine dell’ anatocismo (rectius capitalizzazione) degli interessi passivi coincidesse con l’entrata in vigore dell’articolo stesso oppure se si dovesse attendere la delibera del CICR e i suoi relativi dettagli tecnici. Le due tesi erano molto argomentate e autorevolmente sostenute (ad esempio, Tribunale di Milano la prima e Tribunale di Torino la seconda). Le banche, dal canto loro, pur avendo, nell’ambito di alcuni contenziosi instaurati soprattutto da Associazioni di consumatori, subìto condanne per il mancato adeguamento al nuovo testo dell’art. 120 TUB, avevano in gran parte mantenuto una posizione attendista, invocando tra l’altro la mancanza di criteri chiari per effettuare, nella pratica concreta, una separazione tra capitale e interessi. L’unica certezza sembrava quindi essere che, anche per volontà del legislatore, l’ anatocismo era ormai una pratica illegittima e quindi non più praticabile. Logica conseguenza era che, stante il tenore del dettato legislativo, gli interessi sarebbero diventati esigibili a partire dalla chiusura del rapporto. I fase: dalle modifiche dell’art. 120 TUB (gennaio 2014) alla bozza di delibera CICR (agosto 2015) Nell’attuare l’art. 120 TUB, la bozza di delibera messa a disposizione per la consultazione nell’agosto 2015 dalla Banca d’Italia imponeva un conteggio separato tra capitale e interessi, con la precisazione che gli interessi, attivi e passivi, divengono esigibili decorso un termine di sessanta giorni dal ricevimento da parte del cliente dell’estratto conto o di altre comunicazioni prescritte dalla legge (termine derogabile se a favore del cliente). La delibera prescriveva altresì che decorsi i sessanta giorni (o il diverso termine concordato), il cliente avrebbe potuto autorizzare l’addebito degli interessi sul conto, con la conseguenza che la somma addebitata sarebbe stata considerata sorte capitale. La delibera, così come proposta, prevedeva in altre parole che gli interessi, trascorsi sessanta giorni dalla comunicazione della banca, potessero – a scelta del correntista – essere pagati subito o addebitati, diventando così sorte capitale e producendo interessi. Alcuni avevano quindi sostenuto che in questo modo risorgeva la possibilità di anatocismo (far produrre interessi agli interessi in costanza di rapporto), dietro peraltro autorizzazione del cliente. II fase: la nuova riforma all’art. 120 TUB (aprile 2016) La legge n. 49 dell’8 aprile 2016, nel convertire il D.L. 18 del 14 febbraio 2016 (contenente misure urgenti per la riforma delle Banche di Credito Cooperativo), introduce l’art. 17bis con il quale viene prevista una modifica sostanziale al predetto comma 2 dell’art. 120 TUB, sempre con riferimento ai criteri a cui avrebbe dovuto attenersi il CICR nell’emanazione della sua delibera (che, nonostante la bozza presentata, non era ancora stata pubblicata nella versione definitiva). Più in particolare, i criteri cui avrebbe dovuto attenersi la delibera CICR prevedono che: sia assicurata nei rapporti di conto corrente o di conto di pagamento la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori comunque non inferiore a un anno;il conteggio degli interessi avvenga al 31 dicembre di ciascun anno e, in ogni caso, al termine del rapporto per cui sono dovuti;gli interessi debitori maturati non possano produrre interessi ulteriori (a parte quelli di mora) e vengano conteggiati solo sul capitale;per le aperture di credito, per gli sconfinamenti anche in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido gli interessi siano conteggiati al 31 dicembre di ogni anno con esigibilità a partire dal 1º marzo dell'anno successivo (o immediata in caso di chiusura del rapporto) e il cliente possa autorizzare, anche preventivamente, l’addebito degli interessi sul conto al momento in cui questi divengono esigibili, con la conseguenza che la somma a quel punto diventa sorte capitale (autorizzazione revocabile). Tale riforma è stata da alcuni enfatizzata e da altri molto contestata in quanto rappresenterebbe una vera e propria rinascita legislativa dell’ anatocismo (capitalizzazione) seppur su base annuale, invece abolita con la riforma del gennaio 2014. Inoltre, diventando gli interessi esigibili dal 1° marzo di ogni anno, si dà al cliente la possibilità di decidere se pagarli subito oppure farli addebitare sul conto e, conseguentemente, farli diventare capitale produttivo di ulteriori interessi. Questo addebito può avvenire anche per il tramite di un’autorizzazione complessiva iniziale (con la conseguenza che un addebito automatico degli interessi riduce la responsabilizzazione e consapevolezza del cliente in merito all’ammontare - e all’aumentare… - del suo debito. III fase: la delibera CICR del 3 agosto 2016 Il 3 agosto 2016 è stata definitivamente pubblicata la delibera CICR mediante decreto d’urgenza n. 343 da parte del Ministro dell’Economia e delle Finanze in funzione di Presidente del CICR. Essa ricalca le istruzioni contenute nell’art. 120 TUB quanto ai rapporti di conto corrente (art. 3) e, per le aperture di credito (art. 4) chiarisce che gli interessi debitori maturati sono contabilizzati separatamente rispetto alla sorte capitale e che divengono esigibili il 1° marzo dell’anno successivo a quello in cui sono maturati. Inoltre, al cliente deve comunque essere assicurato un periodo di trenta giorni dal ricevimento delle comunicazioni previste dal TUB prima che gli interessi divengano esigibili. È possibile la previsione contrattuale di termini diversi se favorevoli al cliente e il cliente può autorizzare anche in via preventiva “l’addebito degli interessi sul conto al momento in cui questi divengono esigibili”, con la conseguenza che gli interessi così addebitati divengono sorte capitale (e producono interessi). Il contratto può anche prevedere che, dal momento in cui gli interessi diventano esigibili, i fondi accreditati destinati ad affluire sul conto del cliente siano impiegati per estinguere il debito da interessi. La delibera deve trovare applicazione agli interessi maturati a partire dal 1° ottobre 2016 al più tardi e stabilisce un obbligo di adeguamento per i contratti in corso (con la precisazione che tale adeguamento rappresenta un giustificato motivo di modifica unilaterale del contratto ai sensi dell’art. 118 TUB in relazione alla quale il cliente può sempre recedere). Conclusioni Sembra potersi affermare che l' anatocismo come capitalizzazione trimestrale sia ormai da considerarsi prassi illegittima e non consentita, laddove quella annuale ha trovato invece il suo fondamento legislativo, purché autorizzata dal cliente (che in alternativa dovrà pagare subito gli interessi maturati). È più che verosimile che le banche predisporranno autorizzazioni standard, preventive e complessive, con il che resta il dubbio sull’effettiva consapevolezza e coscienza con le quali esse verranno rilasciate. Rimangono peraltro aperti i dubbi sulle soluzioni contabili da adottare nel periodo tra il 1° gennaio 2014 e il 30 settembre 2016: il dibattito dottrinario e giurisprudenziale (nonché le critiche alla capitalizzazione degli interessi), verosimilmente, non è ancora concluso.
5 anni fa
Ristrutturazione del debito: come ottenere nuova finanza
Il problema finanziario in caso di presentazione di domanda di ristrutturazione del debito Come accennato nei precedenti post, la preparazione, presentazione e realizzazione di un programma di ristrutturazione del debito non implica la cessazione dell’attività d’impresa: l’imprenditore dovrà forse rallentare la propria attività, modificare o ridurre il suo business, ma non potrà fare a meno di ricorrere a nuove risorse finanziarie che lo aiutino a proseguire l’attività di impresa coerentemente con la realizzazione della ristrutturazione se omologata. Generalmente, è auspicabile che queste risorse finanziarie siano autonome, ossia non provengano dal sistema bancario il quale molto spesso, allarmato di fronte alla crisi conclamata dalla presentazione della domanda di ristrutturazione del debito, si irrigidisce ostacolando l’erogazione di nuove fonti finanziarie, congelando le linee di fido, non emettendo più le consuete garanzie e lettere di credito, così compromettendo spesso l’operatività aziendale. Soprattutto per chi lavora con l’estero, una soluzione può essere la ricerca di finanziamenti da parte di istituti stranieri che riescano a gestire i crediti documentari o, tutto all’opposto, di istituti locali del territorio più propensi e veloci (almeno secondo la mia esperienza) a dare credito a chi lo sta inesorabilmente perdendo. Ferma quindi questa inevitabile premessa, analizziamo comunque quelle che il legislatore ha individuato come soluzioni per chiedere e incentivare la cd. “nuova finanza” da parte delle banche, in caso di crisi e in vista della predisposizione di un accordo di ristrutturazione del debito. La richiesta dell’autorizzazione a contrarre finanziamenti L’art. 182quinquies, con specifico riferimento al debitore che presenti una domanda di omologa di un accordo di ristrutturazione (art. 182 bis l.fall.) o di una proposta di accordo (art. 182bis sesto comma), stabilisce che egli può chiedere al tribunale di essere autorizzato: anche prima del deposito della documentazione di cui all'articolo 161, commi secondo e terzo, a contrarre finanziamenti (individuati anche solo per tipologia ed entità), purché un professionista con determinati requisiti (art. 67, terzo comma, lettera d)) attesti, alla luce del complessivo fabbisogno finanziario fino all’omologazione, che tali finanziamenti sono funzionali alla migliore soddisfazione dei creditori;in via d’urgenza, a contrarre finanziamenti funzionali a urgenti necessità relative all'esercizio dell'attività aziendale fino alla scadenza del termine fissato dal tribunale o fino all'udienza di omologazione (oppure a mantenere le linee autoliquidanti in essere al momento della presentazione della domanda): nel ricorso bisognerà specificare la destinazione dei finanziamenti, che il debitore non è in grado di reperirli altrimenti e che, in mancanza, deriverebbe un pregiudizio imminente ed irreparabile all'impresa. Il tribunale assume sommarie informazioni, sente i soggetti coinvolti (se lo ritiene utile anche i creditori) e decide entro dieci giorni;a pagare crediti anche anteriori per prestazioni di beni o servizi (pagamenti non soggetti a revocatoria), se un professionista in possesso di determinati requisiti attesta che tali prestazioni sono essenziali per la prosecuzione della attività di impresa e funzionali ad assicurare la migliore soddisfazione dei creditori. Nel caso dei finanziamenti, il tribunale può anche autorizzare il debitore a concedere pegno o ipoteca o a cedere crediti a garanzia dei medesimi. Si tratta di un’opportunità molto importante che non può essere trascurata o ignorata nel momento in cui la società o l’impresa in crisi decidono di seguire la via della ristrutturazione del debito, perché tali finanziamenti possono rappresentare per il debitore il supporto basilare per dare vita al proprio progetto di ripresa o comunque di soddisfacimento (parziale) dei creditori. Prededuzione dei finanziamenti I finanziamenti sopra descritti godono del regime della prededucibilità ai sensi dell’art. 111 l.fall. Lo stesso regime di prededuzione viene attribuito ai finanziamenti (anche effettuati dai soci): in qualsiasi forma effettuati in esecuzione di un accordo di ristrutturazione dei debiti;erogati in funzione della presentazione della domanda di omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti qualora essi siano contemplati nell’accordo e purché tale prededuzione sia espressamente disposta nel provvedimento che omologa l’accordo. È facile comprendere quindi come la domanda di omologa di un accordo di ristrutturazione del debito debba essere redatta con la massima attenzione, posto che essa deve contenere fin dall’inizio l’indicazione dei finanziamenti ottenuti in funzione della domanda di omologazione e la domanda che per essi sia sancita la prededuzione. Ristrutturazione con gli intermediari finanziari Viste le garanzie poste a tutela della nuova finanza, vediamo invece come e se coinvolgere nella ristrutturazione le banche con le quali già esiste una posizione debitoria antecedente. L’imprenditore, nella predisposizione del piano, deve sapere che le trattative con gli istituti di credito sono spesso lunghe ed estenuanti a causa di una burocrazia interna lenta e articolata. Si consideri, ad esempio, che se gli istituti creditori sono più di due con debiti non uniformemente distribuiti è molto probabile che ognuno di loro condizioni la propria adesione all’accordo all’adesione degli altri, creano un circuito vizioso dal quale è difficile uscire. Si pensi poi a quali ulteriori difficoltà può incontrare un imprenditore in presenza di garanzie personali rilasciate da soggetti capienti, le quali tolgono qualunque incentivo a una banca nell’affrettarsi a concludere un accordo. Ecco perché è molto difficile pervenire a un accordo con le banche nel termine consentito dal tribunale, soprattutto quando e se la proposta prevede un pagamento rateale e quindi molto diluito nel tempo. L’unica proposta che generalmente (sempre in base alla mia esperienza) trova una risposta rapida e positiva è un pagamento a saldo e stralcio, perfino se prevede il pagamento della sola metà (e questo essenzialmente per ragioni fiscali a favore delle banche). È forse con questa consapevolezza che il legislatore ha introdotto l’art. 182septies. Senza entrare nel merito della cosiddetta moratoria (a cui verrà dedicato un futuro intervento), disciplinata ai commi 5 e ss. del citato articolo, i primi commi stabiliscono una disciplina del tutto peculiare (e derogatoria di alcuni principi fondamentali) per l’ipotesi in cui almeno la metà dell’indebitamento complessivo sia verso banche e intermediari finanziari (di seguito anche semplicemente “creditori”), introducendo il principio maggioritario in questa ipotesi di accordo di ristrutturazione del debito. L’accordo può individuare una o più categorie di creditori tra loro omogenei per posizione giuridica o interessi (e ogni creditore può essere inserito in più categorie) e nel ricorso il debitore può chiedere che gli effetti dell’accordo vengano estesi anche ai creditori non aderenti e appartenenti alla medesima categoria. Ciò purché tutti i creditori della categoria siano stati informati dell’inizio delle trattative, siano stati messi in condizione di parteciparvi in buona fede e il credito degli aderenti rappresenti il 75% della categoria. Fermo restando che ai fini della suddivisione in categorie non si tiene conto delle ipoteche iscritte nei novanta giorni anteriori alla pubblicazione del ricorso, il debitore è onerato di notificare ricorso e documentazione a quei creditori per i quali chiede l’estensione dell’accordo e il tribunale omologherà l’accordo solo qualora, verificata la buona fede nello svolgimento delle trattative,  accerti che i creditori per i quali si chiede l’estensione: abbiano interessi omogenei rispetto ai creditori aderenti;abbiano avuto informazioni aggiornate e complete sia sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria del debitore sia sull’accordo e i relativi effetti;abbiano avuto la possibilità di partecipare alle trattative e vengano soddisfatti in maniera non inferiore alle alternative praticabili. In conclusione è stata introdotta una (seppur limitata) possibilità, per il debitore, di non vedere vanificata la propria proposta a causa delle lungaggini e degli interessi spesso non immediatamente comprensibili di una banca creditrice, a patto di rispettare le condizioni sopra esposte.
5 anni fa
Accordi di ristrutturazione del debito: consigli pratici
Dopo aver analizzato caratteristiche e formalità, da un lato, ed effetti protettivi, dall'altro, degli accordi di ristrutturazione del debito, facciamo una pausa dalle spiegazioni tecniche e giuridiche e affrontiamo la ristrutturazione sul piano pratico, individuando alcuni aspetti basilari che consentano all’imprenditore di affrontare la preparazione dell’accordo di ristrutturazione in modo proficuo ed efficiente. Ricordiamo che si tratta di una procedura alternativa al fallimento potenzialmente agile e proficua per creditori e imprenditore ma che richiede estrema dedizione, cura e attenzione nella sua realizzazione, da parte sia dei professionisti incaricati che dell’imprenditore. Non c’è tempo da perdere Abbiamo visto che nella domanda di concordato con riserva e in quella che potremmo chiamare “ristrutturazione con effetti anticipati”, il tribunale impone dei termini da rispettare per la presentazione dell’accordo: il mancato rispetto dei medesimi può determinare l’inammissibilità della domanda. Il termine di 60, 90, 120 e perfino 180 giorni a disposizione, che possono sembrare molti, diventano pochi in breve tempo a causa dei molteplici e complessi incombenti da compiere e dei numerosi soggetti coinvolti nell’operazione. Si pensi a tutti i creditori da contattare e da convincere, agli accordi (spesso diversi tra di loro) da far sottoscrivere probabilmente davanti a un notaio (per i dettagli rimando a un precedente post), al consulente che fornisce supporto giuridico, ai consulenti coinvolti nella redazione del piano, all’esperto che dovrà asseverare il piano ovviamente dopo aver preso coscienza e conoscenza della struttura dell’impresa. I rinvii da una settimana all’altra sono continui e se si pensa che in 120 giorni le settimane sono 17 e i giorni lavorativi 85, è facile capire come il tempo possa sfuggire di mano. E ciò vale a maggior ragione se si pensa che i soggetti coinvolti in un accordo di ristrutturazione hanno anche altro da fare: senza menzionare i consulenti che hanno (ovviamente) anche altri clienti da seguire, pensiamo ai creditori da contattare, che devono gestire la propria attività e raramente comprendono subito il significato e la portata di un accordo di ristrutturazione, nonché all’imprenditore stesso che intende ristrutturare ma che deve, nel frattempo, continuare a guidare la sua attività, che forse rallenta ma certo non si arresta. Avviare il progetto prima di presentare la domanda di concordato con riserva Ecco perché, a mio avviso, ben prima di presentare la domanda di concordato con riserva, l’imprenditore dovrebbe già aver avviato il proprio progetto, conoscendo esattamente i passi che dovrà compiere e le tempistiche da rispettare, essendosi quindi ampiamente confrontato con i propri consulenti e avendo iniziato in via informale qualche consultazione con i suoi creditori più importanti. Voglio peraltro far notare che anche quell’imprenditore (tra i pochissimi) che decida di non ricorrere alla tutela preventiva ma si avvii a presentare direttamente la domanda di omologa dell’accordo di ristrutturazione, mentre dà vita al proprio progetto, non avrà forse la spada di Damocle del termine imposto dal tribunale, ma ugualmente non può permettersi di far passare troppo tempo: se ha in mente di ristrutturare l’impresa vuol dire che è in crisi e che quindi, prima o poi, i creditori smetteranno di tollerare i mancati pagamenti o i ritardi e inizieranno a distoglierlo dal suo progetto con solleciti e richieste di spiegazioni e promesse di pagamento. E a quel punto, l'informazione verbale o scritta che è in corso un tentativo di ristrutturazione e che saranno ricontattati a breve li tranquillizzerà per una o due settimane, ma non di più. L’organizzazione e l’attribuzione delle mansioni all’imprenditore e ai collaboratori E’ essenziale impostare la realizzazione del progetto di ristrutturazione fin da subito, così da individuare il percorso logico e consequenziale da seguire e quindi i singoli passaggi da raggiungere e superare. Ogni soggetto coinvolto deve avere ben chiara l’attività di sua competenza e i tempi entro i quali dovrà realizzarla. Si pensi, ad esempio alla: ideazione (prima ancora della redazione del piano), che presuppone una forte collaborazione tra imprenditore e esperti al fine di analizzare e approfondire le caratteristiche dell’impresa e le esigenze specifiche;redazione della documentazione più prettamente societaria (relazione aggiornata, stima delle attività, elenco dei creditori) che spetterà all’imprenditore, ai suoi dipendenti amministrativi e contabili;asseverazione/relazione del professionista che non dovrà intervenire solo quando tutto sia predisposto ma che dovrà collaborare fin dall’inizio così da conoscere i meccanismi che hanno condotto a quel determinato progetto di ristrutturazione per poterlo asseverare in maniera consapevole. La scelta dei professionisti Gli esperti in materia di procedure concorsuali sono numerosi. La scelta dell’imprenditore non deve cadere su un professionista solo perché notoriamente qualificato ma deve tenere conto anche di altri elementi, quali la cura e l’attenzione con le quali egli potrà realmente svolgere l’incarico. L’imprenditore deve nutrire la massima fiducia e stima nei propri professionisti e non sentirsi mai disorientato o non supportato nelle proprie richieste di chiarimenti e consigli o non ascoltato nei propri suggerimenti. Un team compatto, consapevole, competente (ognuno nella propria materia) e accurato può davvero rappresentare la chiave per la realizzazione di un accordo di ristrutturazione del debito e quindi di salvataggio dell’impresa anche se ambizioso e complesso. A questo proposito, la task force scelta per la preparazione e gestione della ristrutturazione del debito dovrebbe comprendere, oltre all’imprenditore stesso, anche un avvocato e un commercialista nonché alcune altre figure vicine all’imprenditore e consapevoli del tipo di attività svolta, in grado cioè di supportarlo e comprenderlo negli aspetti più tecnici. Un ingegnere con competenze gestionali ad esempio (eventualmente già presente tra i dipendenti dell’imprenditore) potrebbe rappresentare un validissimo supporto. Il tempo che i soggetti coinvolti nella ristrutturazione del debito dovranno dedicare all’imprenditore potrebbe variare a seconda delle dimensioni dell’impresa o della complessità del piano di ristrutturazione, ma è probabile che si tratterà di una collaborazione costante e continua. L’avvocato e il commercialista dovranno essere puntuali, rispettosi delle tempistiche pattuite, facilmente reperibili e sempre al corrente delle caratteristiche dell’iniziativa e dei passi che vengono compiuti. I rapporti con i creditori La proposta di accordo di ristrutturazione del debito con i creditori non per forza deve essere avanzata dall’imprenditore stesso, talvolta troppo coinvolto o troppo noto o troppo amico (nel senso buono della parola) o viceversa troppo malvisto. Potrebbe essere utile avere un filtro, estraneo all’impresa/società, che senza alcun coinvolgimento emotivo saprà trovare gli argomenti tecnici più opportuni per convincere il ceto creditorio sull’opportunità di aderire alla proposta di ristrutturazione del debito anziché scontrarsi con un fallimento dal quale i creditori (soprattutto se fornitori chirografari) otterranno quasi nulla.Altre volte, invece, con alcuni specifici creditori, la sensibilità dell’imprenditore e la stima e la considerazione che si è meritato durante gli anni di attività ne fanno il soggetto più qualificato per presentare e proporre e spiegare il tentativo di ristrutturazione in corso. Sarà fondamentale dedicare molto tempo all’attività di contatto e spiegazione con i creditori, i quali molto spesso non conoscono le caratteristiche giuridiche della proposta formulata (in tanti riconducono al “concordato” ogni proposta alternativa al fallimento): trasparenza, pazienza, chiarezza nell’esposizione dei vantaggi e dei rischi della proposta formulata saranno elementi vincenti affinché si possano convincere creditori rappresentanti la percentuale del 60%. Ciò, nella consapevolezza che alcuni creditori – le banche ad esempio – hanno spesso tempi lunghissimi per pervenire a una delibera e che altri ancora (enti statali o rappresentanze sindacali) richiedono un approccio del tutto peculiare. Solo un professionista abituato a trattare accordi stragiudiziali non incorrerà nel facile errore di tentare di convincere ad aderire alla proposta visto che “ormai quasi tutti hanno aderito”: ricordiamo infatti che la legge prevede un trattamento vantaggioso per i creditori non aderenti con il che un creditore che conosca la materia potrebbe essere invogliato a non aderire se messo di fronte alla prospettiva di essere uno dei pochi estranei all’accordo. *** Come si può capire da questo e dai post precedenti, gli accordi di ristrutturazione del debito mostrano aspetti estremamente delicati che richiedono una grande attenzione e competenza, non solo teoriche ma anche pratiche: nel prossimo post affronteremo il problema del supporto finanziario dell’imprenditore/società che si avvii a una ristrutturazione del debito.
5 anni fa
Ristrutturazione del debito: le protezioni per l’imprenditore
Con il post “Ristrutturazione del debito: occasione di salvataggio dell’impresa” abbiamo descritto gli accordi di ristrutturazione del debito individuandone le caratteristiche principali. In questo articolo, approfondendo l’argomento, indicheremo le tutele che si accompagnano alla richiesta di ristrutturazione del debito e le modalità per ottenerle. Quali sono le tutele che accompagnano la ristrutturazione del debito? Dalla data di pubblicazione nel registro delle imprese dell’avvenuto deposito in tribunale della domanda di omologazione o del ricorso per concordato con riserva o della dichiarazione che sono in corso le trattative (su cui infra) iniziano alcune importanti tutele per l’imprenditore in crisi: Dalla data di pubblicazione nel registro delle imprese dell’avvenuto deposito in tribunale della domanda di omologazione o del ricorso per concordato con riserva o della dichiarazione che sono in corso le trattative (su cui infra) iniziano alcune importanti tutele per l’imprenditore in crisi: 1. i creditori per titolo o causa anteriore non possono iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive sul patrimonio del debitore: questo vuol dire che durante la ristrutturazione nessun creditore può aggredire con pignoramenti o sequestri conservativi il patrimonio del debitore e le procedure esecutive già iniziate vengono sospese (art. 182 bis 3° comma l.fall.); 2. non possono essere acquisiti titoli di prelazione se non concordati: il creditore non può iscrivere un’ipoteca sul patrimonio del debitore a meno che non sia frutto di un accordo con il debitore (art. 182 bis 3° comma l.fall.) 3. non trovano applicazione gli artt. 2446 2° e 3° co., 2447, 2482 bis commi 4°, 5° e 6° e 2482 ter codice civile (art. 182sexies l.fall.): questo vuole dire che a. non vi è obbligo di ridurre il capitale in proporzione alle perdite quando risulta che le perdite hanno eroso il capitale per oltre un terzo; b. non vi è obbligo di ridurre il capitale sceso al di sotto del minimo per colpa delle perdite e contestualmente aumentarlo fino al minimo legale; 4. non opera la causa di scioglimento della società per riduzione o perdita del capitale sociale secondo gli artt. 2484 n. 4 e 2545 duodecies codice civile (art. 182 sexies l.fall.); 5. il debitore può compiere atti di ordinaria amministrazione e i crediti di terzi sorti per effetto di atti legalmente compiuti dal debitore sono prededucibili (art. 161 7° co. l.fall.), ossia debbono essere pagati con preferenza rispetto a tutti gli altri; 6. non sono soggetti a revocatoria fallimentare gli atti, i pagamenti e le garanzie posti in essere con creditori aderenti all’accordo in esecuzione di un accordo di ristrutturazione poi omologato (art. 67, 3° co. lett. e) l.fall.). Quando può essere presentata la domanda al tribunale? Il debitore può rivolgersi al tribunale in vista di un accordo di ristrutturazione dei debiti in tre modi diversi: a) la via più immediata (e anche la meno seguita) riguarda l’imprenditore che è riuscito a pervenire a un accordo di ristrutturazione con i creditori senza la necessità di chiedere preventiva “protezione” al tribunale (su cui infra) nel corso delle trattative: egli deve quindi depositare al tribunale competente la domanda di omologazione dell’accordo di ristrutturazione già concluso con i creditori che rappresentano almeno il 60% dei crediti (e sulla forma di questo accordo rimando al precedente post) unitamente alla seguente documentazione: i) relazione aggiornata su situazione patrimoniale, finanziaria e economica dell’impresa; ii) stima delle attività e elenco nominativo dei creditori con i rispettivi crediti; iii) elenco dei titolari di diritti sui beni dell’imprenditore; iv) valore dei beni e creditori dei soci illimitatamente responsabili; v) piano contenente la descrizione analitica delle modalità e dei tempi di adempimento della proposta; vi) relazione di un professionista, munito di determinati requisiti, sulla veridicità dei dati aziendali e sull’attuabilità dell’accordo con particolare riferimento alla possibilità di soddisfare integralmente i creditori estranei entro 120 giorni dall’omologazione per i crediti già scaduti e entro 120 giorni dalla scadenza per i crediti non scaduti alla data dell’omologazione. b) cd. concordato in bianco o con riserva (art. 161 6° co. l.fall.): l’imprenditore può presentare al tribunale una domanda con l’indicazione dei suoi creditori e allegando i bilanci degli ultimi tre esercizi riservandosi di presentare o una proposta e piano di concordato preventivo con la documentazione richiesta dalla legge o, in alternativa, la domanda di omologa dell’accordo di ristrutturazione del debito. Il termine per la presentazione della domanda definitiva (concordato o ristrutturazione) è fissato dal tribunale tra sessanta e centoventi giorni (prorogabili per giustificati motivi di non oltre sessanta giorni). In altre parole, con questa prima opzione, si “avvisa” il tribunale che entro il termine concesso verrà presentata una domanda (concordato o ristrutturazione), pur non sapendo ancora quale sarà la scelta finale; c) se invece l’imprenditore è già sicuro di voler tentare la via della ristrutturazione del debito, può presentare (art. 182 bis 6° co.) al tribunale una domanda in relazione alla quale il tribunale fissa un’udienza e, all’esito delle verifiche della sussistenza dei presupposti, concederà un termine non superiore a sessanta giorni per depositare l’accordo di ristrutturazione del debito corredato di tutte le accettazioni e la relazione del professionista. La domanda al tribunale deve avere i seguenti documenti: i) relazione aggiornata su situazione patrimoniale, finanziaria e economica del’impresa; ii) stima delle attività e elenco nominativo dei creditori con i rispettivi crediti; iii) elenco dei titolari di diritti sui beni dell’imprenditore; iv) valore dei beni e creditori dei soci illimitatamente responsabili; v) proposta di accordo (ovviamente senza le accettazioni dei creditori); vi) certificazione dell’imprenditore che sono in corso trattative con creditori che rappresentano almeno il sessanta per cento del credito; vii) dichiarazione di un professionista che abbia determinati requisiti che la proposta, se accettata, è idonea ad assicurare l’integrale pagamento dei creditori estranei all’accordo. Perché presentare una domanda “con riserva”? La possibilità che il legislatore offre all’imprenditore di “avvisare” il tribunale dell’intenzione di presentare un ricorso per concordato in bianco o di depositare un accordo di ristrutturazione del debito (cfr. precedenti ipotesi sub b) e c)) è estremamente utile perché permette all’imprenditore di godere delle tutele che accompagnano la domanda di ristrutturazione in via anticipata, ossia prima di aver concretizzato l’accordo con i creditori. In altre parole, la società in crisi ha la possibilità, in vista delle trattative o nel corso delle medesime, di anticipare la protezione che gli deriva dal chiedere l’omologa degli accordi di ristrutturazione del debito e domandare al tribunale di emettere un provvedimento che, per alcuni mesi, gli consente di trattare e tentare la ristrutturazione senza subire azioni esecutive e senza incorrere in responsabilità per non aver provveduto a ricostituire il capitale eroso o non aver disposto lo scioglimento della società per la perdita integrale del medesimo. Accertata l’utilità di un accordo di ristrutturazione e individuate forme e modalità per intraprendere questa strada, affronteremo nelle prossime settimane le disposizioni in tema di finanziamenti e forniremo alcuni consigli pratici frutto dell’esperienza maturata nelle trattative (anche nell’ambito di concordati stragiudiziali) con i creditori.
5 anni fa
Ristrutturazione del debito: occasione di salvataggio dell’impresa
Che cosa sono gli accordi di ristrutturazione del debito? L’art. 182bis disciplina una importante alternativa alla procedura di concordato, più agile, economica e flessibile, che prevede che l’imprenditore in crisi (e fallibile) possa tentare di concludere un accordo con i propri creditori che rappresentino almeno il 60% dei crediti (inteso come il passivo complessivo dell’impresa), assicurando agli altri che non aderiscono all’accordo il pagamento integrale di quanto loro dovuto. La ristrutturazione del debito ha lo scopo di salvare e conservare l’impresa attraverso la stipula di accordi e l’individuazione di strumenti e misure per risanarla. Si tratta di un accordo tra privati (debitore e ciascuno dei suoi creditori), che non contempla il coinvolgimento sin dall’inizio di un organo giudiziale (giudice o commissario) e che, soprattutto, non richiede alcun rispetto della parità di trattamento tra i creditori. L’imprenditore, in altre parole, deve contattare i creditori che detengano almeno il 60% del suo debito complessivo e trovare un accordo con essi che comporti la modifica delle condizioni del credito. I creditori che non sono disposti a modificare le condizioni del proprio credito e che sono quindi dissenzienti rispetto all’iniziativa di ristrutturazione del debito, dovranno essere pagati interamente entro 120 giorni dall’omologazione dell’accordo da parte del tribunale (se già scaduti) o dalle loro rispettive scadenze. Come deve essere concluso l’accordo di ristrutturazione del debito con i creditori e quale contenuto deve avere? La legge parla di stipula dell’accordo per cui è senz’altro necessario che la ristrutturazione del debito venga concordato per iscritto, attraverso o un’unica convenzione sottoscritta dal debitore e da tutti i creditori aderenti o singoli accordi separati anche non contestuali. È bene ricordare che molti tribunali, ai fini dell’omologazione, ritengono elemento essenziale l’autentica delle firme dei soggetti che aderiscono all’accordo di ristrutturazione del debito, con il che, se si vuole evitare che un intero e lungo lavoro di incontro, persuasione e convincimento vada in fumo per ragioni solo formali, è altamente consigliabile che gli accordi siano sottoscritti in presenza di un notaio per l’autentica delle firme e l’attribuire della data certa. In alternativa, sarà prudente quantomeno informarsi sull’orientamento predominante (anche se mai certo) del tribunale competente a omologare la ristrutturazione del debito. Il contenuto degli accordi con i creditori, come accennato, può essere il più diverso: può consistere in un pagamento a saldo e stralcio, in una rateizzazione del debito, in una modifica della scadenza del termine inizialmente previsto per adempiere, in una datio in solutum (ossia una prestazione in luogo del denaro), eccetera. E come già detto gli accordi possono avere contenuto diverso per ogni creditore. Gli accordi di ristrutturazione del debito possono poi essere corredati dalle clausole più varie, quali quelle risolutive, sospensive, di non opposizione, di accordo stragiudiziale anche in assenza di omologa, di recesso, di riservatezza… Cosa bisogna fare per presentare la domanda di omologazione al tribunale? La domanda deve essere corredata della seguente documentazione: accordo di ristrutturazione del debito;piano di risanamento;relazione del professionista. Dell’accordo di ristrutturazione del debito si è già detto, con la precisazione che ad esso devono essere allegati una relazione sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa;l’elenco di titolari di diritti reali o personali su beni dell’impresa; un’attestazione del valore dei beni di proprietà dell’impresa. Il piano di risanamento consiste in un vero e proprio business plan con una dettagliata analisi e valutazione dei dati dell’impresa, delle cause della crisi, e dello stato di solvibilità e liquidità dell’impresa, unite all’esposizione del programma di intervento e risanamento e delle metodologie impiegate per redigere il piano ed effettuare calcoli e previsioni. Bisognerà esporre con cura le misure che l’impresa ritiene di poter adottare per risanare l’azienda e far così fronte alle obbligazioni che, seppur in forma ristrutturata, ha comunque assunto (ad es. continuazione diretta dell’attività imprenditoriale, dismissione di alcune attività, cessioni d’azienda, sostituzione con un nuovo consiglio di amministrazione, eccetera). La durata ideale di una ristrutturazione va dai tre ai cinque anni, rischiando di apparire poco credibile se di durata di molto inferiore o poco attendibile se di durata superiore. Il piano dovrà contenere anche gli obiettivi intermedi e infrannuali così che sia possibile monitorare l’andamento della ristrutturazione del debito in tempo reale. Il piano di risanamento deve anche attestare che i creditori che non aderiscono all’accordo saranno certamente pagati entro 120 giorni dalle scadenze sopra indicate, precisando quindi come l’impresa potrà far fronte a tali obbligazioni e cioè quali saranno le fonti di pagamento. Infine, fondamentale è che il piano sia corredato dalla relazione di un professionista, munito di determinati requisiti (es. iscrizione nel registro dei revisori), che dovrà attestare la veridicità dei dati aziendali inseriti nel piano e la sua attuabilità. La domanda di omologazione dell’accordo di ristrutturazione del debito va depositata, insieme alla predetta documentazione – così si ritiene pur in mancanza di una normativa espressa sul punto – , presso il tribunale del luogo in cui ha sede l’impresa. La domanda deve essere sottoscritta dal debitore che avrà avuto mandato (i) dai soci in caso di società di persone o (ii) dal consiglio di amministrazione in caso di società di capitali, in seguito a una delibera assunta avanti a un notaio. Ritengo che, in caso di società di capitali, sia opportuno che il consiglio di amministrazione, prima di assumere una iniziativa di siffatta portata, chieda una delibera di approvazione e mandato anche alla compagine sociale. In seguito alla presentazione della domanda in tribunale, per il tramite di apposti modelli I2 o S2, si chiederà al registro delle imprese che iscriva l’iniziativa così che essa diventi di dominio pubblico anche ufficialmente. Secondo alcuni tribunali, invece, la pubblicazione va richiesta prima di presentare la domanda in tribunale: anche in questo caso è bene informarsi sulla prassi seguita nel tribunale di riferimento. Ricevuta la domanda di omologazione, cosa fa il tribunale? Il tribunale deve effettuare verifiche di natura formale sui requisiti di fallibilità dell’imprenditore e sulla completezza dei documenti depositati. Se nei trenta giorni dalla pubblicazione dell’accordo non sono state presentate opposizioni (ammissibili da parte dei creditori estranei che non ritengano esistere l’attuabilità della ristrutturazione o dei creditori aderenti in caso di ulteriori passività o inadempienze o ancora da qualunque interessato), il tribunale effettuerà una valutazione (non di merito) sull’attuabilità della ristrutturazione alla luce della sua logicità, coerenza ed esaustività tenendo conto del piano e della sua asseverazione. Un controllo di merito con un giudizio prognostico molto più approfondito verrà svolto dal tribunale in caso di opposizioni da parte di uno o più creditori. Chiarito il significato di ristrutturazione, è importante sapere che con essa si attivano importanti tutele per l’imprenditore (accesso a finanziamenti ponte, transazione fiscale e previdenziale, blocco di azioni cautelari ed esecutive, non applicabilità delle norme sull’obbligo di messa in liquidazione della società in caso di erosione del capitale…), ottenibili anche prima della pubblicazione nell’accordo di ristrutturazione nel registro delle imprese. L’istituto dunque è interessante, sicuramente utile e da prendere in considerazione in quanto di gran lunga meno devastante di un fallimento. Ma è allo stesso tempo molto delicato nella sua esecuzione. Nelle prossime settimane affronteremo questi aspetti, unitamente ad alcuni consigli pratici e alle conseguenze di un eventuale inadempimento dell’accordo omologato.
5 anni fa
Art. 120 TUB: anatocismo abolito dal 1° gennaio 2014?
La legge di stabilità del 2014 (L. n. 147/2013) ha modificato l’art. 120 del Testo Unico Bancario (d.lgs. 385 del 1993, di seguito TUB) inserendo, tra l’altro, la seguente previsione: “il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell'esercizio dell'attività bancaria, prevedendo in ogni caso che: a) nelle operazioni in conto corrente sia assicurata, nei confronti della clientela, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori; b) gli interessi periodicamente capitalizzati non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale”. Il testo ha creato non pochi dubbi interpretativi, approdati quasi subito nelle aule dei tribunali. Il dubbio che ci si è posto è se, con l’entrata in vigore il 1° gennaio 2014 del nuovo art. 120 TUB, possa ritenersi definitivamente tramontata la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi operata dalle banche o se debba attendersi la delibera del comitato interministeriale per il credito e il risparmio (CICR). La questione è significativa se si considera che la delibera del CICR non è ancora stata emanata: da oltre due anni rispetto all’entrata in vigore del nuovo articolo 120 TUB, le banche (che per la maggior parte non hanno ritenuto di adeguarsi alla nuova previsione) sono o rischiano di essere bersaglio di azioni promosse dai correntisti (o più frequentemente dalle Associazioni che li rappresentano) al fine di far accertare l’illegittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi a prescindere da quanto previsto contrattualmente. Non essendo possibile offrire una soluzione certa al dibattito, è utile dar conto delle motivazioni a sostegno delle due posizioni, così che correntisti e istituti siano allertati del potenziale contenzioso. Tesi a favore dell’abolizione dell’ anatocismo Chi sostiene che la capitalizzazione trimestrale sia abolita dal 1° gennaio 2014 ritiene che il CICR potrà pronunciarsi solo sulle specifiche tecniche bancarie per modalità e periodicità di contabilizzazione degli interessi. Questa tesi è basata sulle seguenti motivazioni: la legge prevede espressamente che il nuovo testo “sostituisce” il precedente e si applica “in ogni caso”;il nuovo art. 120 TUB elimina il riferimento agli “interessi su interessi” introducendo un divieto di produzione di “interessi ulteriori”;l’espressione “interessi periodicamente capitalizzati” sarebbe un’espressione impropria del legislatore per dire “annotati in conto”;nessuna normativa di carattere secondario (delibera CICR) può limitare la portata della decorrenza del divieto previsto da una norma di carattere primario (legge che ha modificato l’art. 120 TUB) né potrebbe mai reintrodurre un fenomeno che una norma primaria espressamente vieta;la relazione di presentazione della proposta di legge alla Camera afferma: “la presente proposta di legge intende stabilire l’illegittimità della prassi bancaria in forza della quale vengono applicati sul saldo debitore i cosiddetti interessi composti, o interessi sugli interessi (…); la proposta di legge, che per la prima volta tipizza l’improduttività degli interessi composti, intende mettere la parola fine a un comportamento riconosciuto illegittimo dalla giurisprudenza, ma costantemente tollerato dal legislatore…”; A sostegno di questa tesi si è posto subito il Tribunale di Milano (di cui ricordo la Relazione riunione sezione del 6 febbraio 2014 e le due ordinanze del 25 marzo e 3 aprile 2015 ), che ha dato il via all’orientamento favorevole all’abolizione immediata dell’anatocismo, nel quale si sono inseriti altri Tribunali (tra cui Roma, Biella, Bologna), e secondo cui è contrario a correttezza e buona fede il comportamento di una banca che ha continuato ad addebitare interessi passivi anatocistici anche dopo la novella. Ricordo in questa linea l’Arbitro Bancario e Finanziario, Collegio di Coordinamento, che, con decisione articolata e molto argomentata n. 7854 dell’8 ottobre 2015, ha statuito che “fino a quando non interverrà la nuova delibera del C.I.C.R. (o una nuova legge che regoli diversamente la materia), le enunciate oscurità testuali della legge vigente devono essere nel frattempo superate (per il periodo che va dall’1.1.2014 al 31.12.2015) dalla prassi contabile per renderle coerenti con il divieto di addebito di interessi anatocistici, anche perché nessuna deroga alla immediata applicabilità del divieto sancito dalla norma primaria può derivare dalla emanazione di una norma secondaria, sulla base di una delega con oggetto specifico concettualmente compatibile”. Tesi a favore della legittimità dell’ anatocismo I sostenitori della tesi opposta, secondo cui ad oggi non vi è nessuna disposizione contraria di per sé alla capitalizzazione trimestrale, osservano che: applicare la nuova normativa ai contratti già esistenti implicherebbe renderla retroattiva;la previsione che sia un altro ente a prevedere le modalità di applicazione dell’interesse comporta che il legislatore non ha inteso fissare alcuna normativa;proprio il fatto che il legislatore ricorra all’espressione “interessi periodicamente capitalizzati” è la prova che esiste una residuale possibilità che l’anatocismo rimanga in vigore;l’art. 161 quinto comma TUB stabilisce che “Le disposizioni emanate dalle autorità creditizie ai sensi di norme abrogate o sostituite continuano a essere applicate fino alla data di entrata in vigore dei provvedimenti emanati ai sensi del presente decreto legislativo”: ciò vorrebbe dire che la delibera CICR che ha disciplinato la capitalizzazione trimestrale degli interessi dal febbraio 2000 rimane in vigore fino alla prossima delibera CICR (impostazione smentita da chi osserva che l’art. 161 5° co. TUB era una norma transitoria da applicarsi solo al momento dell’entrata in vigore del testo unico bancario nel 1993); Si allineano a questa tesi il Consiglio del Notariato (Ufficio Studi, quesito n. 80-2014/C) nonché alcuni tribunali di merito, tra cui quello di Torino, ord. 16 giugno 2015 e 5 agosto 2015, e parte della dottrina (cfr. Dolmetta). Da quanto appena osservato si può capire molto facilmente quanta incertezza vi sia da una parte sulla possibilità di contestare a una banca il sopravvenuto divieto di applicare la capitalizzazione trimestrale degli interessi ma dall’altra anche sul diritto delle banche di perseverare con questa prassi senza temere conseguenze restitutorie importanti. La bozza di delibera CICR Nell’estate 2015 è stata pubblicata una bozza di delibera CICR che sembra prevedere la fine dell’anatocismo imponendo un conteggio separato tra capitale e interessi con possibilità di adattamenti nei singoli contratti bancari (art. 4: “Gli interessi, attivi e passivi, divengono esigibili decorso un termine di sessanta giorni dal ricevimento da parte del cliente dell’estratto conto inviato ai sensi dell’articolo 119 del TUB o delle comunicazioni previste ai sensi dell’articolo 126-quater, comma 1, lettera b), del TUB. Il contratto può prevedere termini diversi, se a favore del cliente. Decorso il termine di sessanta giorni, o quello superiore eventualmente stabilito, il cliente può autorizzare l’addebito degli interessi sul conto o sulla carta; in questo caso, la somma addebitata è considerata sorte capitale”). Purtroppo però tale delibera ancora non è entrata in vigore e soprattutto, secondo il testo messo in consultazione, essa avrebbe dovuto disciplinare la produzione di interessi dal 1° gennaio 2016, con il che, qualora dovesse rimanere tale previsione, il periodo 1° gennaio 2014 – 31 dicembre 2015 continuerebbe a non essere disciplinato chiaramente e a essere portatore pertanto di tutti i dubbi sopra esposti.
5 anni fa
Concordato preventivo: come far valere il proprio credito
Siamo giunti al secondo e ultimo appuntamento della guida pratica dedicata a come far valere il proprio credito verso le procedure concorsuali. Il precedente post ha avuto a oggetto il fallimento. Oggi parliamo di concordato preventivo e accordo di ristrutturazione dei debiti. Guida pratica – Parte II: il concordato preventivo Un altro tipo di comunicazione in presenza di debitori insolventi è quella che proviene da un commissario giudiziale che annuncia l’ammissione del debitore alla procedura di concordato preventivo. Si tratta di una procedura volta a gestire e organizzare l’impresa in crisi mediante la proposizione di un piano che ha l’obiettivo di saldare i creditori in percentuali significative e comunque in maniera più soddisfacente (e, generalmente, più rapida) di un fallimento. Qual è il contenuto della comunicazione del Commissario? La comunicazione del commissario viene trasmessa (a mezzo pec o a mezzo raccomandata) a tutti i creditori risultanti dalle scritture contabili e per legge deve contenere, in particolare: la data di convocazione dei creditori nel corso della quale voteranno il concordato preventivo;la proposta del debitore;il decreto di ammissione al concordato preventivo;l’invito a indicare un indirizzo pec al quale verranno inviate tutte le successive comunicazioni. Per prassi, peraltro, tale comunicazione contiene anche un invito alla precisazione del credito (corredato spesso di un modulo da compilare);la procura per l’adunanza dei creditori;un modulo per esprimere il proprio voto fuori dall’adunanza. La comunicazione dell’indirizzo pec è obbligatoria? A mio avviso, se il commissario ha già scritto all’indirizzo pec corretto, dovrebbe essere possibile ignorare l’invito a indicare la pec, già a conoscenza del Commissario: se infatti la prima pec è giunta regolarmente, a ragionare in modo diverso, si graverebbe il creditore di un inutile onere e il Commissario sarebbe destinatario di una gran mole di mail di conferma di un indirizzo pec già a sua conoscenza. Ogni variazione dell’indirizzo pec deve essere comunicata al commissario. Come si fa a indicare il proprio credito in un concordato preventivo? La legge non prevede nel concordato preventivo una fase di accertamento del passivo. Allegati alla comunicazione del Commissario si trovano generalmente sia l’indicazione del creditore e del relativo credito sia un modulo di “precisazione del credito”, con l’invito ad indicare il proprio credito compilando e reinviando il modulo e tutta la documentazione utile a giustificazione. Chi riceve la comunicazione, pertanto, dovrà innanzitutto verificare quale sia il credito e il rango che il Commissario ha individuato per lui: l’importo e il rango risultano corretti → a mio avviso non bisogna fare più nulla soprattutto se nella comunicazione viene chiarito che in mancanza di precisazione faranno fede le risultanze delle scritture contabili;l’importo o il rango non appaiono corretti → è bene che il creditore compili il modulo o comunque segnali al Commissario via pec il proprio credito, giustificandolo con tutti i documenti utili e che poi contatti il commissario al fine di conoscere la sua posizione. In occasione dell’adunanza dei creditori “il giudice delegato può ammettere in tutto o in parte i crediti contestati ai soli fini del voto e del calcolo delle maggioranze, senza che ciò pregiudichi le pronunzie definitive sulla sussistenza dei crediti stessi”. E siccome nel concordato preventivo non esiste una fase di accertamento dei crediti, i creditori non presi in considerazione nel piano o le cui pretese siano contestate in seguito alla precisazione dei crediti (prima o nel corso dell’adunanza dei creditori) hanno l’onere di attivarsi per l’accertamento delle proprie pretese mediante un giudizio ordinario che vedrà come controparte l’impresa in concordato preventivo in persona del suo commissario. Cosa si intende per convocazione dei creditori? L’ammissione alla procedura di concordato preventivo è la prima fase, nel corso della quale la proposta del debitore è sottoposta al vaglio del solo Tribunale. Nella seconda fase la decisione sulla fondatezza della proposta di concordato è affidata ai creditori che nel corso dell’adunanza possono esprimere considerazioni sul piano e poi votarlo. Come si vota il concordato preventivo? Il concordato è approvato dai creditori che rappresentano la maggioranza dei crediti ammessi al voto ma, se il piano ha previsto una divisione dei creditori in base a diverse tipologie (es. strategici, chirografari, privilegiati…), tale maggioranza deve verificarsi nel maggior numero di classi. I creditori per i quali è previsto l’integrale pagamento (si tratta di solito dei creditori privilegiati) non possono votare a meno che non rinuncino al loro privilegio. È possibile esprimere il proprio voto fino a venti giorni dopo l’adunanza dei creditori (per la precisione, dalla chiusura del verbale relativo) a mezzo telegramma, fax, lettera o posta elettronica, volendo per il tramite del modulo spesso allegato alla comunicazione del Commissario. Parte III: i casi di concordato con riserva e accordi di ristrutturazione 1. Concordato con riserva Il concordato con riserva (detto anche concordato in bianco) è previsto all’art. 161 6° co. l.fall. secondo il quale l’imprenditore può presentare al tribunale un ricorso contenente la domanda di concordato preventivo o la proposta di ristrutturazione dei debiti,con la riserva di presentare il piano di concordato preventivo o l’accordo di ristrutturazione concluso con i creditori entro un termine (prorogabile) che gli concede il tribunale tra 60 e 120 giorni. Dalla data di pubblicazione di questo ricorso nel registro delle imprese nessun creditore può iniziare o proseguire azioni esecutive o cautelari: in altre parole, il debitore, ricorrendo al concordato con riserva,“avvisa” i suoi creditori che depositerà (a sua scelta) domanda di concordato o accordo di ristrutturazione entro il termine concesso dal tribunale e implicitamente comunica loro che fino alla scadenza del termine concesso essi non potranno “disturbarlo” con pignoramenti o azioni cautelari, lasciandolo così libero di pianificare il tentativo di recupero dell’impresa. I creditori che riceveranno dal debitore l’avviso di deposito del ricorso per concordato con riserva (o che ne scoprano l’esistenza dal registro delle imprese) possono quindi solo aspettare la scadenza del termine concesso dal tribunale, senza poter iniziare o proseguire azioni esecutive o cautelari. 2. Accordo di ristrutturazione dei debiti Se il creditore riceve una comunicazione da parte del suo debitore contenente una proposta di ristrutturazione del debito ai sensi dell’art. 182bis l.fall., significa che il debitore chiede ai propri creditori di rivedere le condizioni del credito, da un punto di vista numerico (ad esempio con una proposta di saldo e stralcio) o temporale (ad esempio una rateizzazione o una dilazione di pagamento). È quindi necessario leggere con attenzione la comunicazione così da valutare quanto la proposta formulata sia conveniente, tenendo conto che: il piano di ristrutturazione sarà omologato dal tribunale e quindi vincolante per i creditori che hanno accettato la proposta purché la ristrutturazione riguardi almeno il 60 per cento del debito complessivo;i creditori che non aderiscono alla proposta, qualora venga omologata la ristrutturazione, dovranno essere pagati integralmente;la mancata riuscita di una ristrutturazione può determinare il tentativo dell’imprenditore di iniziare la via del concordato preventivo o la decisione di chiedere il proprio fallimento. In conclusione, ricevuta una comunicazione che annuncia l’apertura di una procedura concorsuale a carico di un proprio debitore, è bene capire subito di quale procedura si tratti, così da sapere ancora prima di leggere quali siano le informazioni più importanti da conoscere per attivarsi in tempo nell’esercizio dei propri diritti. Questo articolo è il risultato di un’opinione dell’autrice e non può essere interpretato in alcun modo come una consulenza legale che può essere fornita solo alla luce del singolo e specifico caso. Il presente articolo prende in considerazione la normativa così come modificata e integrata dal D.L. 83/2015 convertito con modificazioni dalla L. 132/2015.